Recensioni

7.5

Siamo figli delle stelle, tengono a ricordarci gli Zu. Ma non lo fanno alla maniera del pop melenso e disco-oriented del famoso cantautore degli anni ’70 ma alla loro maniera, ovvero ricordandoci come tra i tanti “ingredienti della vita” che meteoriti e altri corpi spaziali ci hanno portato in dono, c’è anche qualcosa di molto duro come il ferro. E, rimanendo in zona Roma, se “sta mano po esse piuma”, ovviamente con gli Zu non può che essere “fero”.

Il ferro meteoritico segna l’album non solo nel titolo ma nella densità specifica che il trio – della partita oltre ai core-members Luca T. Mai e Massimo Pupillo è definitivamente anche il batterista Paolo Mongardi – sparpaglia per le 11 tracce e i più di 80 minuti del lavoro, creando, ça va sans dire, un monolite materico insieme distruttivo e ricostituente. L’alchimia è tutta lì, nel saper dosare gli elementi, così come risiede nella familiarità dei tre, alla prima prova su disco con Mongardi in formazione ma senza che nemmeno ce ne si accorga per quanto il dialogo tra i tre funzioni e tutto sia rodato. Cosa? Ma la solita macchina da guerra strumentale che prende e azzanna come faceva in tempi ormai lontani, quasi geologici, quando altri elementi – il fulmine di Bromio, il fuoco di Igneo, i movimenti tellurici del Carboniferous, ecc. – incendiavano dischi e palchi e i tre pischelli di Ostia cominciavano a conquistare il mondo della musica.

Sto evidentemente dilagando, ma l’ispirazione viene proprio dai cerchi eccentrici che l’impatto di un meteorite crea sulla terra, esattamente come premere play fa partire un disco che è un concentrato (per modo di dire, vista la mole) di un tale quantitativo di roba (industrial, metal, prog, noise, elettronica, ecc.) da rimanere sbalorditi. Sì, anche dopo più di un quarto di secolo in cui sentiamo Pupillo intessere architravi mobili ma solidissime col suo basso, Mai svarionare creando visioni col suo sax e i batteristi che si sono avvicendati fino a Mongardi – Jacopo Battaglia, il compianto Gabe Serbian, Tomas Järmyr, tutti fenomeni, perché per guidare una massa tellurica come quella degli Zu non è roba da principianti – tenere la barra dritta nel marasma sonoro della band, rimaniamo ancora stupefatti da quanto e come gli Zu vogliano e possano e sappiano dire. Senza parole, ovviamente. Come senza parole si rimane di fronte a un lavoro che è, si diceva sopra, un monolite, eppure mobile; un pezzo di ferro, eppure malleabile; la solita musica degli Zu ma mai uguale a se stessa tra rimandi mitici, rituali del passato, fantasmagorie astrali e concretezze terrene.

Gli Zu ci dimostrano che il “ferrum sidereum”, il dono del cosmo plasmato dall’essere umano per creare alcuni dei manufatti, veri o mitici, come la daga tibetana, la spada dell’arcangelo Michele o gli oggetti rituali egizi, da oggi può essere anche una scala di valore per comprendere e valutare un disco. Ottimo, se non si fosse capito e probabilmente, per intensità, ferocia, fragore, molto vicino al capolavoro indiscusso che fu Carboniferous.

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