Recensioni

Strana parabola, quella di Lil Uzi Vert. Un rapper a cui va dato atto di aver capito, probabilmente anche prima degli altri, l’importanza del crossover in un mondo di per sé abbastanza chiuso come quello trap. L’approccio, riversato nel fortunato mixtape Luv is Rage, è stato prontamente premiato da pubblico e addetti ai lavori, tanto da spedire lo statunitense nell’olimpo degli eletti. Un volo esauritosi nel giro di poco, complice una discografia contenuta nel numero ma straboccante a livello di tracce contraddistinte da un caos più dimenticabile che memorabile. A non fare eccezione è Eternal Atake 2, quinto album in studio che riprende il titolo della seconda fatica pubblicata nel 2020, in onore di un tanto rinomato (quanto paraculo) ritorno alle origini.
Un atteggiamento quasi italiano (ricordando il recente back to the roots di Sfera, Ghali e altri) quello di Vert, il quale ha preferito ripescare le atmosfere degli inizi per riscaldare una ricezione sempre più tiepida. Tuttavia, il risultato è al di sotto delle aspettative, in quanto il progetto si presenta quasi come un contenitore di scarti che mai sarebbero entrati nel già poco rilevante primo capitolo.
Nell’era della logorrea musicale, quando si parla di sequel spesso ci si aspetta una sfilza di tracce con il pilota automatico, non certo irresistibili ma perlopiù decenti. Qui c’è addirittura meno, con episodi simili tra loro e con una resa generale dalla dubbia funzionalità.
Pochi i passaggi degni di nota: Light Year riprende le vibes del primo Eternal Atake, contrapponendo le solite liriche ben poco conscious a un buon bastimento di 808 e synth spaziali, creando una buona atmosfera. Non male poi anche la straniante Meteor Man, un casino (forse) organizzato in cui i giochi vocali si insidiano in una produzione trap cosmica, impreziosita da un inciso-mantra in cui si ripete ossessivamente “This is an aurea”. Particolarmente suggestivo l’aforisma-ouverture We Good, con un gustoso campione da Very Online Guy di Alvvays.
Il resto si perde in eccessi di hit-hat (Mr Chow, Lyft Em Up, Chips and Dip), sezioni più epiche (Mr Chow) e in curiose quanto sconnesse virate verso un territorio R&B (PerkySex) che, più di altre, sottolineano l’evanescenza di un’operazione già disintegrata nel calderone della musica liquida. In attesa di qualcosa di più concreto.
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