Recensioni

Pubblicato dopo una marea di anticipazioni, dichiarazioni, dirette social e ripensamenti, Pink Tape è il terzo album di Lil Uzi Vert. E come era accaduto per Eternal Atake tre anni fa, la storia si ripete non soltanto per l’ormai proverbiale trafila di posticipi ma anche sul lato dei contenuti, nelle loro discontinuità, nei riempitivi, in brani troppo simili tra loro. Un guazzabuglio di idee e direzioni sparpagliate in una quantità smisurata di tracce anticipate da un mixtape che, a sua volta, non aveva lasciato il segno (Red & White).
Ventisei i brani in scaletta per un ora e mezza di durata. A salvarsi è davvero poco, nonostante il parco ospiti (si va da Nicki Minaj a Bring Me The Horizon, da Travis Scott a Babymetal), e questo pescar un po’ ovunque tra le tendenze in capo al mondo trap dai Migos e Future, in avanti. C’è qualcosa di club (lato Jersey, già sentito nella hit Just Wanna Rock), soprattutto ci sono tutti i “crossover” possibili con il rock (folk, emo, pop-punk, metal) ma nessuno che possa dirsi veramente tale, nessuno all’altezza di ciò che ha fatto Playboi Carti in Die Lit e Whole Lotta Red.
Soprattutto e purtroppo abbonda la melassa di un gremlin rap strafatto di psicofarmaci (Died And Came Back) quando non melodicamente anaffettivo (Days come and go), su basi troppo spesso intercambiabili – imbastite sul solito scambio tra bassoni e scalciate di hi-hat plastici – dalle quali non emergono che motivetti/loop senza mordente.
Nicki Minaj prova a dare un po’ di dinamica all’ampolloso canovaccio ma in Endless Fashion non bastano né le sue barre né il campione rallentato di Blue (Da Ba Dee) dei nostrani Eiffel 65 a farlo decollare davvero. Aye con Travis Scott sta tutta nelle cupe intenzioni, che rimangono tali: il ritornello è svogliatissimo, le strofe non arrivano a chiudere il minutaggio. È fin troppo ovvio che Uzi Vert opti per riempire gli spazi rimasti incustoditi con una pedante sequela di contrappunti vocali (yeah, oh, yeah, yeah, wow…). E sempre rimanendo in quota rimandi a gloriose canzoni del passato: la cover di CS di System Of a Down invece di spingere sull’acceleratore rimane appesa sui cambi di tempo, a come pensarla altrimenti.
Per chi trova interesse nell’autobiografismo c’è Rehab che, testo a parte, non regala che noia. Si salva però la romantica Pluto To Mars (forte di una melodia che può dirsi tale) e la combattiva Suicide Doors – acida, chitarrosa, senza fronzoli, posta non a caso in apertura dopo una Flooded The Face a far da intro – da gustarsi senza sovrastrutture o pregiudizi.
Di converso The End con le Babymetal – che par immaginata da Mike Patton per caos e eccessi d’ogni sorta (metal, jungle, sludge, ritornello giappo-infantile) – e Warewolf con Bring Me The Horizon (con il ritornello emo), nella loro foga ultra kitsch sono episodi divertenti ma sembrano più rispondere a uno sfoggio di mezzi che a un qualsivoglia disegno artistico.
Pink Tape è figlio della megalomania ma anche delle confusione fatto da chi sa di cadere comunque in piedi.
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