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7.5

Pete Doherty e Carl Barât, fondatori e songwriter principali dei Libertines, a inizio carriera, da ragazzini tarantolati, esuberanti e taglienti, rilasciavano interviste in cui vaneggiavano a lungo e nostalgicamente di una tale nave Albion – nome arcaico della Gran Bretagna – di cui erano, a detta loro, timonieri. Dicevano che che avrebbero salpato verso l’Arcadia, la terra dove il rock ’n’ roll è tutto ciò di cui c’è bisogno, e dove “le sigarette crescono sugli alberi e le panchine sono fatte di denim” (John Hassal, NME, 2002). Ma la gloriosa Albion è sempre stata una nave singolare. Solca solo i mari in tempesta.

I Libertines nella loro prima corsa dal 1997 al 2004 hanno prosperato sull’onda di una pericolosa spinta creativa che faceva tutt’uno col caos, guidata dalla relazione di odio/amore tra Pete e Carl, fatta di gelosie e alterni protagonismi sul palco, delle abitudini tossiche di Pete con crack ed eroina che hanno portato Carl a estrometterlo dal gruppo; l’apice è Pete che, mentre Carl è in tour in Giappone, viene arrestato per avergli derubato l’appartamento di una chitarra d’epoca, un’armonica e un computer. Questa continua tensione ha dato vita a un debutto da cazzotti in faccia come Up The Bracket e al successivo The Libertines, rimasto per anni in cima alle classifiche UK, le cui session erano presiedute da bodyguard per evitare che i due si saltassero addosso. Anche Anthems for Doomed Youth del 2015 second Barât è “nato dalle complessità”. Una band che ha fatto della sua stessa spirale di autodistruzione l’opera d’arte, spesso rappresentandola nelle canzoni stesse: “An ending fitting for the start, you twist and tore our love apart” canta Carl in Can’t Stand Me Now, per sentirsi rispondere da Pete “No, you’ve got it the wrong way ‘round, you shut me up and blamed it on the brown”. Faville come negli amori più consumanti.

La domanda sorge spontanea: What Became of the Likely Lads? Dopo nove anni dall’ultimo disco, ora che Pete ha smesso con le droghe pesanti, sostituendole con l’unica cosa che regga vagamente il confronto, cioè ampie dosi di glucosio e grassi saturi; ora che l’età inquieta e turbolenta è un ricordo, e ci sono mogli e figli in gioco; ora che le acque sono calme, dove possono attraccare due marinai che navigano solo quando il mare è in burrasca?

Domande come queste i due le prendono di petto nel disco. Run Run Run, che ha il piglio traballante e scalmanato di una hit di Up The Bracket, si apre con le parole “It’s a lifelong project of a life on the lash”, una vita a bere come spugne in giro, ma poi nel ritornello cantano “you better run, run, run, faster than the past […] if you want the night to last”. “La cosa peggiore”, ha detto Barât sulla canzone, “sarebbe rimanere bloccati in una routine di corri-corri-corri, cercando di rivivere costantemente il nostro passato”. Tracce dei Libertines ventenni ce ne sono ancora, in Oh Shit ad esempio, che però risulta meno efficace ed autentica, come se la frenesia casinista dell’esordio fosse ricostruita in modo posticcio e artificiale. Ma il resto dell’album invece sembra riuscire svicolare dalla trappola del passato.

Cambiare ma senza tradirsi, è tutto lì: i punti fermi sono rimasti, come l’ossessione per la englishness e l’occhio sociologico, cinico, sulle deformazioni caricaturali del paese – e già la cover dell’album ne racchiude un campionario umano: stavolta si guarda all’Inghilterra post-Brexit, matrigna infame e triste come la bevitrice d’assenzio di Degas. All Quiet on the Eastern Esplanade: ora che il fronte è fermo, si resta di vedetta ad osservare, sulla terrazza vittoriana degli Albion Rooms Studios, al 31 della Eastern Esplanade, Margate, sulla costa del Kent.

In Mustang, Pete dipinge Traci, mamma working-class ma fiera nella sua tuta Juicy Couture, che si fa un drink mentre i bambini sono a scuola e tutte le notti sogna di guidare una Mustang. Merry Old England invece è un canto di benvenuto ironico per gli immigrati Siriani, Iracheni, Ucraini. Complimenti per il viaggio tortuoso; benvenuti dove per terra ci sono solo residui di pacchetti di patatine e pozzanghere, e le scogliere di gesso, una volta bianche, si ingrigiscono per il sodio. E se non c’è niente di nuovo sul fronte di Margate, più ad est della Eastern Esplanade si consumano guerre: Have A Friend rimanda all’invasione Russa dell’Ucraina, e ai bombardamenti di Odessa, sul Mar Nero. “Follow the tracks in the mud down to where the sea is Black with blood / And tears, like the bombs, they fall without warning”.

Frasi argute che stuzzicano l’intelletto, classic Libertines, ma è nella musica che ci si smarca dalla formula collaudata. Sprazzi di esperimenti inusuali: Baron’s Claw si accende di fraseggi di tromba jazz, mentre Be Young fa un’incursione nel ritmo reggae. Il garage rock sgangherato è messo ai margini e a prendersi tutta la scena sono le ballate, audaci, a tempo medio-lento, che viaggiano accompagnate da piano ed epiche sezioni di archi. È il caso della struggente e buia Night Of The Hunter, “un racconto shakespeariano di sangue e vendetta”, come l’ha definita Pete, la cui melodia arriva a citare il lago dei cigni di Čajkovskij. È il caso di Shiver, che si avvolge in un giro armonico quasi a mimare la decadenza dell’amata Albione. “Liz has gone away”, dice Pete pensando alla compianta Elisabetta II, “la cortigiana gigante con le mani minuscole”. La monarchia è impotente di fronte al declino degli imperi, e resta una rassegnazione che mette i brividi (shiver, appunto): “just let it die, sit back enjoy the ride”.

Doherty e Barât hanno dato un’altra forma a quello che sanno fare meglio: raccontare storie. I Libertines hanno iniziato mettendo in musica le loro vite maledette. Questo disco dimostra che si possono scrivere buone canzoni anche quando le storie non si vivono sulla propria pelle e a proprie spese come banditi, e non ci si droga né si deruba nessuno. Ci si limita a narrare con sotto una melodia.

In Man With The Melody – una canzone costruita ad arte, con l’andatura di un carillon sinistro che si apre in passaggi epici a metà strofa – per scongiurare sia “angeli su in cielo” che “demoni nel mare”, Pete canta: “No you can’t catch me, ‘cause I’ve got the melody”. Un cantastorie che ha navigato in mezzo ai flutti, lo potrai pure legare a un molo nel porto, ma non lo ammazzi. Non lo ammazzi finché avrà una chitarra e qualcosa da raccontare.

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