Recensioni

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Se facciamo un passo indietro e diamo uno sguardo alla carriera di Claudia Lagona, in arte Levante, è impossibile non inquadrare Magmamemoria come il picco assoluto di un percorso che dopo un esordio calibrato era riuscito a trovare il giusto canale per compiere il balzo definitivo. Non a caso, nel 2019, il quarto album in studio della cantautrice siciliana arrivava subito dopo la pubblicazione di due romanzi (Se non ti vedo non esisti e Questa è l’ultima volta che ti dimentico, usciti rispettivamente nel 2017 e 2018) e culminava nella presentazione a Sanremo del brano Tikibombom. Una conferma artistica, insomma, sublimata dalle numerose collaborazioni di cui il disco era disseminato, dalla coppia Colapesce Dimartino a Dardust, passando per la partecipazione di Carmen Consoli (ne Lo stretto necessario) per una sbornia tutta siciliana di pop purissimo.

Quattro anni dopo, Levante sceglie di ripartire proprio da Sanremo ma tutto è cambiato o quasi: dal look che rimanda a una Mina androgina allo stesso atteggiamento della cantautrice profondamente rimodellato sia per aggressività che per presenza scenica. Quella che abbiamo visto sul palco sanremese è una persona che ha aggiunto uno strato in più al suo carattere, un livello ulteriore di complessità narrativa che costituisce il punto di maggior analisi del nuovo disco: Opera futura. Per questa ragione, per un’intenzione così ostentata alla quale corrisponde un approfondimento sonoro stanco e ripetitivo, svogliato e poco ispirato, spiace constatare come il quinto album di Levante segni nettamente un’involuzione nel suo stile compositivo. Il connubio con Antonio Filippelli e Daniel Bestonzo per testi e musiche ha il merito di amalgamarsi benissimo alle tendenze radiofoniche odierne, ma cozza terribilmente con quel cambiamento e quell’evoluzione che vorrebbe fare da collante narrativo al tutto.

Su Vivo si è già ampiamente discusso nei giorni della partecipazione a Sanremo – inno alla voglia di vivere e a una femminilità ritrovata dopo la difficile esperienza della depressione post-parto – il brano si abbatte come un’ombra sul resto della tracklist, che passa abbastanza inosservata per tutti i suoi (striminziti e prostranti verso l’algoritmo delle piattaforme) 33 minuti di durata. Se Invincibile riprende per un attimo i toni di Magmamemoria e l’uno-due Mi manchi/Fa male qui, con la seconda in orbita La rappresentante di lista, sembrava indirizzare il disco verso la sufficienza piena, già con Metro le crepe diventano evidenti: cosa succede se dopo sette anni dalla fine di una storia d’amore ci si ritrova in metro? In pratica, un espediente narrativo degno di Fabio Volo.

Il resto procede per slogan poco assortiti e meritevoli di un servizio del TG1, che passano e si dimenticano nello spazio dei due-tre minuti che occupano negli auricolari, compresa quell’Alma Futura, dedica alla figlia che si vorrebbe Florence and the Machine ma che è più in odor di Cesare Cremonini, talmente spoglia che per 2/3 è composta da cori.

Il fatto di aver sfornato un disco mediocre (per non dire pessimo) non è motivo di biasimo; lo è invece averlo confezionato come se si trattasse di chissà quale trasformazione artistica.

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