Recensioni

Partito in sordina, forse più per spirito di emulazione nei confronti dei suoi vecchi soci, la produzione solista recente dell’ex Sonic Youth Lee Ranaldo è andata tutta in crescendo, raccogliendo via via sempre più consensi fino a diventare probabilmente una delle realtà migliori partorite dallo scioglimento del gruppo. Gusto melodico, istrionismi solitari, un background noise mai dimenticato e una tecnica sopraffina che non scopriamo certo oggi, Ranaldo, in compagnia dei suoi Dust (con Steve Shelley alla batteria), ha raggiunto con Between The Times And The Tides prima e Last Night On Earth un’identità solista forte, definita, precisa, insieme a una rilevanza musicale per nulla scontata. Spogliato da tutta l’elettricità che aveva contraddistinto i primi due lavori, Acoustic Dust (pubblicato via El Segell, costola del Primavera Sound) ha rappresentato un’altra tappa di questo percorso di rivincita personale, una nuova sfida a cui il chitarrista newyorchese ha deciso di dare seguito con un tour in solitaria. Per farlo si è raccomandato di scegliere solo location particolarmente raccolte, intime, suggestive. È così che dopo la data al Tempio di San Giovanni Battista di San Gemini, Ranaldo ha chiuso il suo mini-tour in Italia suonando per la prima volta a Napoli in un vecchio cinema recentemente trasformato in un nuovo polo multiculturale. L’Hart è un teatro straordinariamente ricercato, che fa della comodità e del relax una delle prerogative primarie. Pochissimi i posti a disposizione distribuiti tra comode, larghe poltrone e addirittura dei letti in prima fila, in un’atmosfera estremamente calda e familiare per un concerto, inutile dirlo, andato sold out. C’è solo da mettersi comodi, distendersi sull’apposito poggiapiedi e godersi lo spettacolo aperto con la proiezione di India Etc 2013-14, film-documentario che testimonia il tour in India di Ranaldo con la sua band.

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Credits: Lucio Carbonelli

Poi sale sul palco lui: in forma smagliante, Lee Ranaldo alterna tanti brani nuovi a episodi tratti dai suoi due lavori e – come per gli album in studio – si avverte subito forte e imponente lo spirito, l’approccio e la devozione verso Neil Young a cui il chitarrista deve tanto in questa nuova veste solista: dalle soluzioni armoniche a un nuovo approccio elettroacustico, finanche a certi vezzi vocali. Ma a dirla tutta, il songwriting seventies ricorre da più parti e Ranaldo non sembra imbarazzarsi affatto per questo, anzi lo afferra a due mani e lo rivisita a modo suo. E così Circular si infittisce di echi dell’Harrison indiano e in Electric Trim si diverte ad aggiungere il suo personale tocco noir, tra un Cash baritono, ombre di Nick Cave e un finale psych di townshendiana memoria. Lee si alterna tra le diverse acustiche: distorce, campiona e rielabora suoni tra feedback e lunghe pause in cui presenta e racconta i suoi nuovi brani, le fascinazioni che ne hanno suscitato la scrittura, il tempo che passa inafferrabile, le tante domande sul futuro. Il tutto mantenendo quello strano inafferrabile equilibrio tra una poesia compatta, quadrata, suoni mai portati all’eccesso, e la versatilità di chi anche da solo riesce a ritrovarsi sempre altrove. Un live che conferma la rilevanza del nuovo percorso di Ranaldo, le qualità in sede di scrittura e il gusto verso soluzioni che in questa nuova veste spostano l’asticella da Zuma ad After The Gold Rush. Al rientro sul palco c’è spazio ancora per una dedica alle sue origini irpine e il finale affidato a Xtina As I Knew Her, prima di rimettersi in cammino, ancora una volta: «running with the times and the tides / maybe just a little older / quite a ways into the night».

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Credits: Lucio Carbonelli
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