Recensioni

7.1

La sua prima prova da ex-Sonico, Between The Times And The Tides, lo collocava di diritto tra quegli indie rockers di mezza età che, senza rinnegare affatto i trascorsi da incendiari, erano adesso liberi di cimentarsi con la canzone di stampo classico; Lee si allineava all’amico Thurston di Demolished Thoughts, imbracciando chitarra acustica e sfoderando melodie cristalline e smaccatamente pop con discreto (seppur scolastico) eclettismo. Ma dopo aver trascorso la maggior parte della tua vita in una band, il percorso solista tout court è quasi una forzatura e allora, in parallelo agli ensemble “concorrenti” degli ex compari, Chelsea Light Moving e Body / Head, ecco che Ranaldo dà vita a The Dust, che oltre ad avere tra le sue fila un altro, preziosissimo quarto di Gioventù Sonica – l’immarcescibile Steve Shelley – arruola Tim Lüntzel al basso (eccezionale strumentista di formazione jazz) e Alan Licht alla chitarra (già al fianco, tra gli altri, di Loren Mazzacane Connors).

Al posto della pletora di ospiti dell’album precedente, al servizio del sempre più affinato e meno casuale songwriting di Lee c’è dunque una macchina d’assalto, rodata da mesi in sala prove. Il risultato va oltre le – invero tiepide – aspettative: da un lato canzoni tematicamente centrate e sempre più orientate alla letteratura (sono state composte prevalentemente durante i giorni dell’uragano Sandy, ispirate da Cormac McCarthy, tra gli altri), dall’altro un sound piuttosto definito, con il Nostro a sollazzarsi volentieri tra l’acustica e un canto sempre più lirico e melodico, lasciando ai due nuovi compagni ricami di stampo decisamente più tradizionale, laddove Shelley non può che fare… Shelley (e che Dio lo benedica); il tutto con un approccio dichiaratamente jam alla Grateful Dead misti a Television, amor di giovinezza mai dimenticato, senza tralasciare l’onnipresente Neil Young (Ambulancer). Non che la Fender Jaguar e le proverbiali alternate tunings siano assenti, tutt’altro (vedi The Rising Tide); è il contesto ad essere fresco, e quando tutto funziona come dovrebbe, le canzoni ne giovano parecchio.

Non sempre: se in episodi come le iniziali Lecce, Leaving e Key-Hole l’equilibrio tra questi elementi risulta particolarmente felice (perfino gli inevitabili retaggi “sonici” risultano del tutto integrati nel nuovo organismo), altrove si tende ad indulgere un po’ troppo nell’improvvisazione (il finale di Blackt Out); il che, in un album in cui la durata media dei brani è volutamente di sette minuti, non costituirebbe nemmeno un difetto in sé e per sé. Insomma, la strada imboccata sembrerebbe promettente, e si può anche sorvolare su bizzarrie come Late Descent #2, ibrido tra folk e musica barocca con tanto di clavicembalo alla Piggies suonato dalla musicista tedesca Elina Albach. Di certo, tra gli spin-off dei Sonic Youth questo appare di gran lunga il più interessante, e non è poco. 

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