Recensioni

Undici anni dopo il folgorante debutto su PAN, quel Diversions 1994-1996 (seguito a breve distanza dal complementare Dutch Tvashar Plumes) divenuto nel frattempo una pietra miliare dell’elettronica post-Duemila, Lee Gamble sembra chiudere il cerchio nel segno di un sound nebuloso e conturbante. In mezzo, due lustri di attività che l’hanno visto esplorare gli interstizi delle sonorità elettroniche e della memoria della rave culture. Koch aggiornava il linguaggio dell’ambient techno, mentre Mnestic Pressure (espressione che meglio sintetizza l’intera operazione musicale portata avanti dal producer di Birmingham) era la risposta più algida e cervellotica al lavoro di decostruzione del binomio Diversions/Dutch.
Recentemente l’avevamo lasciato con la trilogia Flush Real Pharynx 2019-2021, i cui volumi mostravano un’estetica vicina alle correnti HD, alternando sapientemente episodi più ambientali ad altri dall’alto tasso cinetico, il tutto sullo sfondo della pandemia e di riflessioni teoriche su semiocapitalismo e società dei consumi. Models, questo il titolo del nuovo album che lo vede tornare alla corte di Kode9, segna un’ulteriore evoluzione della ricerca artistica di Lee Gamble, e in qualche modo si ricongiunge agli esperimenti vaporosi delle sublimazioni jungle con cui è entrato nei radar della musica elettronica. Se allora il punto di partenza erano i breaks furiosi degli anni ’90 filtrati e smaterializzati attraverso il filtro della memoria, oggi lo stimolo è fornito dall’idea di tormentone e il processo creativo è coadiuvato dall’Intelligenza Artificiale. A partire da generi come trance, cloud rap e dream pop, ci troviamo di fronte a «spettri sonori» che «informano una suite di anthem illusori», un insieme di «frammenti semi-ricordati» generati allo stato grezzo dall’IA e portati a forma compiuta dal Nostro.
Possiamo interpretare Models come un album dominato dal regime della fantasmagoria, il dispositivo proto-cinematografico ottocentesco che prevedeva la proiezione di immagini attraverso schermi semi-trasparenti in un ambiente immersivo con tanto di fumo per amplificare l’effetto fantasmatico. Allo stesso modo, Models è nebuloso e fumoso, pur senza quel sottotesto di divertissment ironico, memetico e cripto-critico della vaporwave. Se negli ultimi due decenni non sono mancati album di musica elettronica incentrati sulla dimensione del ricordo, qui siamo passati invece alla sublimazione che bypassa lo stato liquido. Fuor di metafora, Lee Gamble aggira il sampling – pratica che deriva ancora dalla materia dura delle tracce – e si sposta nel regno della ri-costruzione fantastico-fantasmagorica.
E ad un nuovo modus operandi si accompagna un nuovo bacino di riferimenti musicali. Infatti, dopo la jungle e la bass music contemporanea, Gamble attinge ora a trance, cloud rap e dream pop. Tutti generi che, non a caso, hanno in comune una matrice di alterazione psicofisica, stato liminale tra l’estasi mistica (trance), intossicazione (cloud rap) e onirismo (dream pop). I brani che compongono Models sono dei negativi di fotografie mai scattate: i vocal con autotune tipici del cloud rap, ma ulteriormente diluiti, incorniciano l’album (Purple, Orange e Your Weight on my Arms), mentre spiccano i vapori trance di Juice, sorta di terza via fra il recente approccio più letterale e superficiale al genere di Floating Points e Evian Christ, e l’astrazione euforico-ambientale di Malibu, Courtesy (e altresì distante dal puntinismo di Senni).
Gli echi dream pop si sentono soprattutto in Xlth c. Spray, nel primo singolo She’s Not (con tanto di vocal simil-diva garage house), e infine in Blurring, quasi un incontro virtuale tra i Massive Attack e i Dead Can Dance più ancestrali. E poi c’è Phantom Limb, con i suoi strati di verosimili strumenti a corde pizzicati su cui aleggiano vocal incomprensibili, il cui titolo incarna alla perfezione il mood che pervade l’album: la cosiddetta sindrome dell’arto fantasma (in inglese “Phantom Limb”, appunto) è una condizione psicofisica a causa della quale si percepisce ancora la presenza di un arto precedentemente amputato. Quale miglior metafora per un album imperniato sulla dialettica sempre viva fra presenza e assenza, creatività umana e macchinica? Il familiare e l’estraneo si incontrano e spesso si fondono in questo adattamento musicale del perturbante freudiano, che tuttavia, a conti fatti, risulta essere l’album più accessibile della discografia di Lee Gamble, quello in cui il piacere e l’immediatezza dell’ascolto non sono compromessi dal sostrato concettuale (cosa che accadeva, ad esempio, in Mnestic Pressure, senz’altro il suo più ostico).
Si potrebbe arrivare a scomodare il Baudrillard di simulacri e simulazioni già omaggiato in Matrix, o più prosaicamente leggere Models come una galleria di dipinti in qualche modo iperrealisti ed astratti allo stesso tempo (lo stesso Gamble si diletta anche con la pittura astratta, d’altronde).
In definitiva, al gioco di specchi massimalista imperante nel mondo della musica elettronica, che simula profondità posticcia sulla scia del motto ‘everything everywhere all at once’, Gamble risponde con un più dimesso, sfumato, e nebulosamente tangibile ‘né qui né altrove’.
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