Recensioni

6.9

In Italia non c’è gusto ad essere intelligenti, tantomeno ironici: questo devono aver pensato i bravi Lebowski prima di mettersi di buona lena a registrare il terzo disco. Disadottati è un album che abbandona il particolarissimo sarcasmo surrealista dei due lavori precedenti in favore di un approccio decisamente più dritto nei testi. Oseremmo dire quasi rassegnato, nel delineare una modernità agghiacciante fatta di stipendi che non bastano, tagliateste aziendali, lavoro intermittente, quando invece l’assurda creatività di certe situazioni descritte dai brani dei primi due dischi ci pareva un meraviglioso atto rivoluzionario (anche) contro tutto questo.

Ne prendiamo atto e guardiamo oltre. Ad esempio, a un lavoro che perde qualcosina dal punto di vista dell’impatto, ma forse guadagna spessore dal punto di vista dell’analisi musicale e della coerenza. È infatti il suono a diventare il punto cardine del discorso, un punk-funk che brucia ossessivo e volutamente disturbante, come se il grigio-blu(es) da CO2 della copertina e dei testi facesse il paio con i muri ripetitivi di synth/basso/batteria/chitarra della band. Una sorta di spostamento del focus, dunque, che trasforma Disadottati quasi in un concept sui generis, con poca voglia di descrivere situazioni e tutta l’intenzione di far vivere materialmente a chi ascolta, attraverso il mood della musica, ciò di cui si parla nei brani.

Una traccia come X, ad esempio, calibra una wave-funk monocromatica, sintetica e circolare in cui spuntano assoli di chitarra elettrica spinosi che ricordano quelli di Beat It di Michael Jackson; dall’altro lato, Una vita disarmata amplia la palette dei colori allentando i bpm e costruendo un’architettura marziale e inquietante fatta di synth e batteria. La band marchigiana si dimostra un’entità intelligente e aperta alle contaminazioni anche in una iniziale Rent To Buy che sembra flirtare con il krautrock tedesco, per poi confermarsi una macchina da ritmo e aculeii scuola Gang Of Four ne Il tagliateste.

C’è da aggiustare qualcosina dal punto di vista dell’efficacia del messaggio, ma la parte musicale è di prim’ordine e il disco non è certo quel tirare i remi in barca che potrebbe sembrare a prima vista. In cabina di regia c’è David Lenci, per un equilibrio stridente della pasta sonora che affascina.

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