Recensioni

TOP

Se ne parlava da anni e questo documentario ha indubbiamente illuminato uno dei periodi più bui per la club culture dopo quello in cui esplose l’AIDS. Tutti ne parlano e ne hanno parlato proprio per la ventata di calore che ha portato durante il fermo forzato legato alla pandemia in corso. Come ci ha spiegato lo stesso Garnier in un’intervista a Lele Sacchi per RaiStereoNotte, il progetto andava avanti da anni. In molti lo avevano contattato per realizzare un documentario sulla sua vita, ma nessuno era stato convincente fino in fondo.

Garnier temeva che diventasse troppo enfatico e encomiastico mentre lui voleva non solo parlare di sé, ma del suo percorso di vita in parallelo a quello musicale di quegli anni. Alla fine scelse di gestirlo personalmente affidandosi all’aiuto di un regista al di fuori della scena, Gabin Rivoire. Voleva in sostanza seguire la falsariga di Electrochoc, la sua autobiografia, scritta con il giornalista David Brun-Lambert, dove la sua vita si intrecciava con la storia della musica che nella metà degli anni ‘80 voleva dire House e Techno ovvero la più grande rivoluzione musicale dopo l’Hip Hop. In quel momento di transizione il giovane Laurent era lì e per un mix di tenacia e fortuna è riuscito a dimostrare la sua bravura tecnica e la sua profonda sensibilità nella gestione del dancefloor, mescolando stili ed emozioni, prima dalla consolle dell’Hacienda di Manchester e poi in tutto il mondo.

Ho avuto il piacere (faticoso) di lavorare all’adattamento della versione italiana del libro curandone la sezione iniziale che è esattamente quella che emerge nella prima metà del documentario relativa alla sua gioventù e ai suoi esordi in consolle. È sicuramente questa la parte più avvincente, quella in cui ti immedesimi e dove Laurent sparisce e diventa ognuno di noi perché tutti noi che amavamo House e Techno in quegli anni vivevamo le sue stesse sensazioni. Quella carrellata di aneddoti folli e foto potenti cristallizzano l’eccitazione e ce la fanno rivivere in forma di nostalgia come lo squid di Strange days o come la macchina registra emozioni di Brainstorm.

Ecco il grande pregio e allo stesso tempo la trappola di Off the record: questo coinvolgimento emotivo nasconde il lato più pericoloso di un progetto che in realtà ci dice molto della scena che viviamo adesso. Ma cos’è la scena del ballo oggi? Possiamo ancora chiamarla ‘club culture’? O meglio: è considerabile cultura un movimento quasi automatico che reagisce alla potenza schiacciante del capitalismo con altro capitalismo, più pervasivo e suadente? È possibile che le idee empatiche di David Mancuso, ma anche quelle goderecce edoniste di Nicky Siano o Larry Levan siano ormai diventate delle perfette macchine da soldi? La storia del clubbing come lo viviamo oggi nasce dalla rielaborazione di spazi organizzati secondo pratiche di puro intrattenimento post lavorativo. L’introduzione della figura del dj al posto delle band e lo sviluppo delle tecniche di missaggio e di potenziamento degli impianti audio hanno avviato una rottura dei codici musicali che ha veicolato il disallineamento di alcuni schemi sociali mostrandoci delle possibilità sensoriali e interpersonali nuove. Ormai è chiaro che il ballare sia diventato una struttura codificata con regole chiare di appartenenza. In sostanza è diventato sistema.

Le agenzie ed i promoter gestiscono i locali e parte dei media, i resident famosi sono pochi e il dj errante – il guest – è quello che domina tutto: lo spazio dove suona, le luci, i video, la consolle ruotano attorno alla figura del dj. La modalità di performance della musica dal vivo ha sopraffatto il club e in questo gigantesco circo, a volte kitsch e a volte meraviglioso, nessuno vuole toccare il meccanismo perfetto che si è creato. Da qui l’ecumenismo bonario ed empatico di Garnier, che omaggia la politica (Bassiani), le nuove star senz’anima (Peggy Gou), quelle che parlano troppo (The Blessed Madonna), quelle un po’ in ombra ma va bene così fino a prova contraria (Derrick May), quelle che si adattano a tutte le stagioni (Carl Cox), i potenti dal volto umano (Georgia Taglietti) e tanti altri che alla fine si ossequiano a vicenda in uno scambio senza fine. Il documentario quindi da malinconico e caloroso diventa sempre più celebrativo e compiaciuto, non solo del protagonista ma anche di quella scena che si mangia il resto del progetto, mettendo tutto fuori fuoco o forse svelando le vere intenzioni borghesi di molti dj superstar.

La narrazione banale della gioventù ‘matta’ da ricordare davanti al fuoco con un bicchiere di whiskey del ‘62 è un cliché troppo grande da abbattere. Ma quei sogni di gioventù che fine hanno fatto? Sono affogati nella ricerca del consenso, magari condotta con rispetto, ma sempre con lo scopo di ottenere degli status tradizionalisti come suonare nella rinomata sala da concerto parigina o chiamare un’orchestra sul palco. Insomma rubare il linguaggio dei genitori senza superarlo perché non si ha il coraggio di uccidere completamente il proprio passato. Non ce l’ha avuto la Ed Bangers che chiama l’orchestra kitsch per il suo anniversario, per cui ci sta che non ce l’abbiano avuto nemmeno Garnier, Mills o May. È tutto un cercare consenso nel mondo ‘reale’, proprio quel mondo che da ragazzo volevi abbattere. Non c’è bisogno di farsi riconoscere da tutti se hai già centinaia di migliaia di persone che ti amano solo perché li fai ballare e gli suoni musica diversa da quella che si sente per radio. Sei tu stesso, in qualità di dj, portatore di novità fuori dai normali circuiti dei media generalisti. È quella la vera vittoria, non farsi dare una medaglia.

Ad un certo punto Garnier racconta del periodo in cui si sentiva spesso con Carl Cox, Richie Hawtin, Sven Vath, Jeff Mills per fare in modo di suonare assieme per cambiare il mondo. Lo hanno fatto? I club, anche prima del Covid, stavano chiudendo e le generazioni degli adolescenti di oggi usano surrogati di House e Techno sporadicamente in maniera superficiale con derive sempre più commerciali (vedere la mostruosa trasformazione negli anni di Coachella per rendersene conto). Insomma, non mi pare ci siano riusciti. Ci sono per lo più posti dai grandi numeri, gestiti da persone mediamente vecchie e potenti che pur di tenere la posizione modificano la realtà e le narrazioni (quello che dice il tipo di I Love Techno sul rapporto tra AIDS e il successo di House e Techno è pura follia storica). È un mondo sull’orlo del precipizio, abbagliato dall’idea della crescita perenne e dell’estasi senza fine. Ma ogni ecstasy ha il suo down oscuro e sta a te che ci sei dentro fino al collo evitare di assecondarlo. Sta a te fare in modo che questo mondo diventi veramente cultura. Sta a te non usare impropriamente i termini House e Techno per determinare eventi che non c’entrano nulla con House e Techno. Questi sono generi musicali con una storia precisa e non contenitori in cui mettere tutto ciò che si balla oggi.

Garnier nell’intervista a Sacchi di cui sopra ha fatto una piccola grande rivelazione comunicando che si ritirerà dalle scene nel giro di due, tre anni perché non vuole vedersi a sessant’anni dietro una consolle. Senza entrare nel merito di una decisione personale mi chiedo se il suo ritiro contempli l’idea di implementare progetti come quello con i ragazzi all’inizio del documentario (una delle parti più belle). Perché non aprire dei club per far suonare i ragazzi più giovani dandogli spazio e possibilità di suonare quello che vogliono, magari anche la musica che non ti piace? Perché non intraprendere progetti intergovernativi stimolando magari fondi privati con il proprio nome per promuovere quelle scene apparentemente minoritarie citate in vari punti del documentario? Insomma perché non fare qualcosa che serva a quella comunità che tanto ami osannare? Questo movimento nasce come un’espressione comunitaria che sfugge alle regole del divertimento pseudo borghese dei locali da ballo e dei primi night club. Se veramente credi in questo cambiamento allora fai di tutto per renderlo solido ed inattaccabile. Ti impegni per consolidare le spinte costruttive facendo in modo che siano il meno possibile contaminate da fattori meramente consumistici. Forse la tristezza malinconica di cui parla Garnier verso la fine nasconde un gigantesco, rassegnato senso di colpa?

Se il dj stenta a riconoscere la sua identità all’interno della comunità senza la consapevolezza di aver costruito non solo per sé, ma anche per gli altri, resta solo con il suo cachet, le sue librerie su misura, le sue macchine belle e quella solitudine diventa uno specchio che non lascia scampo. Almeno fino alla prossima serata. Siamo ad un punto complicato: il Covid ha veramente messo in ginocchio la scena, ma ancora non ha messo in ginocchio il sistema. Ci sarebbe ancora possibilità di cambiare però. I piccoli lo faranno come hanno sempre fatto. Sui grandi ho seri dubbi perché stanno diventando come la generazione a cui volevano dare una spallata.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette