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7.8

Ammettiamo di aver tremato per qualche secondo una volta scoperto che Patterns in Repeat, il nuovo album di Laura Marling, sarebbe stato un disco incentrato sull’attuale condizione di madre della musicista britannica. Nulla di male in questo, sia chiaro, ma quando si affrontano tematiche così personali il rischio a volte è quello di cadere nel tranello di una retorica figlia delle esperienze totalizzanti che questo genere di eventi porta con sé. E invece, nel suo ottavo disco da studio Marling trova una vena poetica e musicale limpida ed efficace per descrivere il deciso cambio di passo nella sua vita privata, in un dialogo costante con se stessa, i sentimenti e le (nuove) situazioni capace di generare alcune tra le migliori canzoni della sua carriera.

Non è solo una questione legata alle atmosfere strumentali minimali racchiuse in quello che è forse il disco più nickdrakeiano tra tutti quelli pubblicati dalla musicista, e sostenute principalmente da chitarre acustiche arpeggiate, pianoforti, armonizzazioni di voci e dagli arrangiamenti d’archi curati da Rob Moose. E non è nemmeno un fatto riconducibile soltanto alla semplicità alla base delle registrazioni casalinghe che hanno costituito l’ossatura del disco, quest’ultimo poi co-prodotto da Dom Monks. Si tratta invece della ricerca di un intimismo domestico evidentemente sincero e toccante, e della capacità di trasformarlo in testi caratterizzati da uno sguardo per nulla banale sulla materia e in una musica che lavora sui dettagli della melodia arrivando a latitudini quasi jazz – tanto che la Joni Mitchell che solitamente si cita quando si parla di Marling, non ci è mai parsa così vicina.

I «Patterns in Repeat» citati dal titolo sono «il teatro della sfera domestica, i fragili fili che legano una famiglia, i buoni propositi che conserviamo per la nostra progenie e i molti e vari modi in cui si perdono nel tempo»: una «complessità» racchiusa in un vivere quotidiano che diventa anche ripetizione di modelli di comportamento per certi versi standardizzati e che ad esempio in Child Of Mine riflette su cosa significhi essere madre («Everything you want is in your reach right now / And anything that’s not I have to teach somehow»), in No One’s Gonna Love You Like I Can guarda la realtà con occhi disillusi ma ostinati («We grew tired of making plans / That kept slipping through our hands / And if life is just a dream / I’m gonna make it mean something worth a damn»), nella Looking Back scritta dal padre di Laura Marling abbraccia l’amore oltre la vecchiaia del corpo («Today with age my body is bent / And against my will I must relent / But in my heart, where love still beats / I’m always thinking of you»).

«Eccoci qui – si legge nel comunicato stampa che accompagna il disco – dopo una giovinezza passata a cercare disperatamente di capire cosa significhi essere una donna, sono sulla cima della collina, con una prospettiva completamente nuova ed enorme che mi circonda». Una prospettiva che in Patterns in Repeat brilla senza esitazioni grazie a una scrittura elegantissima, ispirata, intuitiva e al tempo stesso capace di mettere in mostra una grazia misurata ma puntuale. Qualcuno potrebbe dire che in fondo si tratta “solo” di folk, ma non è forse il folk il genere musicale che da sempre e più di tutti gli altri racconta la nostra stessa vita? 

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