Recensioni

7.2

Guardano sempre in alto, verso i cancelli del cielo, i newyorkesi Lathe Of Heaven, al loro secondo album dopo il bell’exploit gothic post-punk dell’esordio in lungo Bound By Naked Skies. Gage Allison e sodali hanno espanso la passione formativa per la fantascienza, da cui discende anche una ragione sociale in omaggio all’omonimo romanzo di Ursula K. Le Guin, in una vera e propria raccolta di short stories sotto forma di canzoni, che pescano in fondo dagli stessi profetici scenari, quelli appunto di Le Guin, di Octavia Butler e così via. Questa varietà narrativa è sostenuta da una direzione sonora che conferma quanto già fatto sentire, a partire dall’influenza appunto della più oscura wave anni 80 curiosamente di derivazione inglese e finlandese, dai Cure ai Musta Paraati, per ampliare lo spettro d’azione a reminiscenze anni 90 e concessioni maggiormente alt-pop, quasi in linea con gli ultimi Preoccupations.

Se i pezzi sembrano dunque più diretti che mai, gli argomenti trattati lanciano sassi senza nascondere la mano, riuscendo a fondere in qualche modo letteratura e subbuglio sociopolitico: anti-colonialismo e aneliti di uguaglianza, in questi tempi più che mai catastrofici. È un viaggio astronomico, in navicella spaziale, che si avvicina, sin dal titolo, il più possibile al sistema solare. Meno granitico rispetto al debutto del 2023, tuttora affascinante, prodigo di innumerevoli piani di interpretazione, da sviscerare volendo ascolto dopo ascolto, testo dopo testo.

Lato A: l’impetuosa Exodus, memore dei trascorsi hardcore, shakera riferimenti al Paradosso della nave di Teseo e a Greg Egan nel raccontare il rapporto tra coscienza e corpo via cronenberghiani esperimenti chirurgici, il più romantic(o) singolo apripista Aurora si ispira invece ad altri racconti, quelli di Arthur C. Clarke, nel pennellare un futuro non troppo di fantasia, dove la Terra è abbandonata a causa di una catastrofe nucleare. Nella cruda e cupa Portrait of a Scorched-Earth, quello che è bruciato è il paesaggio della Striscia di Gaza, a conferma dell’abilità nell’applicare la distopia all’attualità. Percussiva eppure pervasa da un’emotività puramente melodica, Just Beyond the Reach of Light risucchia in un ulteriore connubio-contrasto, quello fra la morte e la resurrezione dei propri cari. Si ritorna così al binomio mente-corpo in Oblivion, trafficando con il fenomeno della saturazione semantica e con i concetti di Cartesio, e ne viene fuori un incrocio tra Siouxsie & The Banshees e primi Interpol, mentre Gage vagheggia di una droga che, se assunta davanti a uno specchio, innesca una sorta di loop di feedback che moltiplica il senso di sé del consumatore sino a farlo scomparire.

Lato B: a seguire Kaleidoscope, centrata sulle tastiere, a riprendere il vecchio tema della malattia mentale, il registro elettrico si inasprisce con corde heavy in Matrix of Control, che affonda il coltello nella manipolazione della percezione di oppressione e autonomia, rifacendosi all’opera L’ipotesi cibernetica del collettivo francese Tiqqun, e negli incubi di Catatonia, in cui gli anni 80 evocano anche un immaginario tipicamente horror, oppure nelle visioni spacey di Infinity’s Kiss, basata di nuovo sugli scritti di Egan e sulla fisica quantistica del paradosso del gatto di Schrödinger. La chiusura è deliberatamente post-punk con Automation Bias, sulla tecnologia affrontata attraverso i quesiti posti nel saggio The New Dark Age di James Bridle, e Rorschach, per un’apocalisse illuminata dal libro sci-fi Blindsight di Peter Watts. In questi solchi, per ogni fine del mondo, si immaginano, scrivono e cantano altri mondi.

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