Intervista a ĠENN e Lathe of Heaven, nuove band oltre il post-punk
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Elena Raugei
- 9 Settembre 2023
Due nuove band emergenti, due quartetti dall’assetto tutto sommato tradizionale, che ci hanno colpito, subito, all’esordio sulla lunga distanza: cosa rara. Ecco perché la doppia intervista a seguire. I punti di contatto tra ĠENN, in procinto di far uscire unum il 6 ottobre tramite la propria etichetta auto-gestita Liminal Collective, del quale ci raccontano in anteprima, e Lathe of Heaven, che hanno pubblicato Bound By Naked Skies il 1 settembre su Sacred Bones, sono molteplici. Entrambe le formazioni, per fornire qualche coordinata, si erano già affacciate sulle scene con un EP: le anglo-maltesi ĠENN con il promettente e più articolato Liminal del 2021, a gettare basi comunque sia evolute appieno via via, mentre gli statunitensi Lathe of Heaven con il programmatico Demo del 2022, dal quale hanno adesso ripreso e rielaborato tutte e tre le tracce. Logico, pensare al primo album come a un passo finalmente rappresentativo in toto. Ce ne hanno parlato Leona Farrugia – al microfono delle ĠENN, completate da Janelle Borg alle chitarre, Leanne Zammit al basso e Sofia Rosa Cooper alla batteria – e l’intero schieramento dei Lathe of Heaven, ovverosia il cantante Gage Allison, il chitarrista Noel Mateus, il bassista Daniel Rojas Moreno e il batterista Stephen Reader.
Leona Farrugia (ĠENN): L’EP Liminal è stato di sicuro un trampolino di lancio verso unum. Sento sinceramente che abbiamo preso ciò che funzionava in Liminal e lo abbiamo sviluppato ulteriormente in unum. Abbiamo cercato di creare qualcosa a livello collettivo che fosse più coerente nel sound e nella visione d’insieme. Ci sono vari temi ricorrenti nella nostra arte e, volenti o nolenti, non è possibile eliminarli perché fanno parte di noi.
Stephen Reader (Lathe of Heaven): Bound By Naked Skies è il documento più esaustivo di dove ci troviamo e cosa ci interessa al momento, sì. Incorporare i sintetizzatori è stato probabilmente il più grande avanzamento sotto l’aspetto tecnico – aggiungendo strati di suoni e melodie, oltre a chitarra, basso e linee di voce. Anche i suoni sintetici di batteria sono più presenti, specie in brani come At Moment’s Edge ed Heralds of the Circuit-Born. Abbiamo incorporato questi elementi extra cosicché diventino parte del DNA di tutte le nostre canzoni, e ci siamo impegnati a perfezionare alcune delle composizioni più orientate al pop affinché risultassero compiute e ci fossero dei veri e propri hook. Abbiamo poi avuto l’opportunità del supporto di Sacred Bones e del potenziamento della eco che ne deriva, sperando di raggiungere un pubblico più ampio, quindi sapevamo che tutto doveva essere a posto, dalla copertina dell’album ai video musicali. Abbiamo dedicato attenzione e impegno per rendere il prodotto finale coeso, unico e riflettente i progressi che abbiamo fatto negli ultimi due anni.
Un altro tratto comune è quello di partenza, cioè il post-punk, riscontrabile nel genere stilistico, alla bisogna veemente, e nell’insofferenza dell’attitudine, nell’inevitabile cupezza, quest’ultima pronunciata nel caso dei newyorkesi. C’è però un’originalità di fondo, oppure una forte personalità che dir si voglia. Non poco, sia in virtù del numero esorbitante di new sensation che ascoltiamo ogni giorno-mese-anno sia del fatto che il cosiddetto post-punk sta attraversando, ormai lo sappiamo, una nuova corrente artistica nonostante a volte sia riproposto senza particolari guizzi creativi che ne giustifichino la riesumazione. Le ĠENN ci sono riuscite bilanciando di jam in jam retaggi riot grrrl post-90s e nuance etniche, in aggiunta a neo-psichedelia, jazz e blues, trip hop, sperimentazione e teatralità, scagliandosi spesso e volentieri contro il consumismo e la meccanizzazione disumana del lavoro, off e on line – a tal proposito, si senta la metallica A Reprise (That Girl). I Lathe of Heaven hanno fatto altrettanto guardando maggiormente agli anni 80, alla new wave e al synthpop quasi new romantic ma anche all’hardcore e all’industrial.
Leona Farrugia (ĠENN): Prima di tutto, grazie per esserti presa il tempo di ascoltare la nostra musica. Per noi, significa tutto! Siamo una band multi-sfaccettata e questo si avverte molto in alcune composizioni. Pensiamo profondamente a ciò che facciamo e siamo molto riflessive anche come persone. A dirla tutta, siamo delle overthinker! Non sono certa delle attuali tendenze perché non seguo da vicino ciò che sta accadendo, seguo principalmente le arti visive più che la scena musicale – ha ha, l’ironia di tutto ciò! Potrebbe esserci un revival post-punk e a tal proposito mi fido della tua parola perché lo sai senz’altro meglio di me! Noi facciamo ciò che vogliamo davvero fare, ecco perché abbiamo deciso di pubblicare il disco in maniera indipendente. È stato principalmente perché ci siamo ritagliate questa libertà artistica e vogliamo essere genuine in qualunque cosa facciamo. È importante essere soddisfatti di ciò che si fa piuttosto che seguire una tendenza specifica soltanto per il gusto di seguirla o per le pubbliche relazioni e il riscontro di audience. Questo non vuol dire che le cose saranno facili, anzi è una pillola difficile da ingoiare se ambisci a quel tipo di libertà creativa.
Stephen Reader (Lathe of Heaven): Certamente la nostra musica non si avvicina ai tempi estremi e alla distorsione del punk, anche se alcune canzoni sono relativamente veloci e lo spirito o l’etica punk ci sono eccome – tra suoni sintetici, enfasi sulle melodie e stile vocale, post-punk sembra invece una classificazione appropriata. C’è poco più di una generazione o due tra gli inizi del post-punk e l’attualità, quindi pensare che tutto quello che si può fare con quegli elementi sia già stato fatto potrebbe essere prematuro. Detto questo, è passato abbastanza tempo per affermare che molta musica appartenente a quello stile ha resistito alla prova del tempo: ci sono ormai dei classici e un canone. Finché quell’estetica sarà in risonanza con le persone e le band troveranno nuove cose da esprimere in quel contesto, mentre nuovi spettatori si appassioneranno ai classici, allora ha un senso che tutto ciò continui.

L’ibridazione è del resto sempre stata caratteristica del post-punk. Per le nostre due band, lo è stata fin dalla costruzione delle line-up. Tre componenti delle ĠENN – Leona, Janelle e Leanne – sono di origini maltesi, nonostante tutte siano ricollocate nel Regno Unito, attive sulle costiere di Brighton, dove è cresciuta Sofia. Le loro principali influenze oscillano dunque tra UK e Malta (basta ascoltare l’ultimo, affascinante singolo Calypso, con tanto di sax crepuscolare, per toccare con mano le radici mediterranee), per quanto se ne possano rintracciare anche di giamaicane e portoghesi, in un abbattimento di qualsivoglia paletto che si sposa alla perfezione anche alla queerness e all’impegno sociopolitico delle quattro amiche, sensibili alle problematiche nel panorama post-Brexit così come a favore del movimento per l’aborto in corso a Malta. Si cambia scenario con i Leathe of Heaven, che provengono da Brooklyn, New York, dove si sono fatti le ossa in precedenti gruppi (Pawns, People’s Temple, Porvenir Oscuro, Android, Hustler), ma che non si fanno problemi a menzionare ascendenze atipiche come i finlandesi e goticheggianti Musta Paraati, oltre alla wave britannica e al post-punk spagnolo – quest’ultimo ben evidente in Genome e ancor più in Ilusión de Luces (Cold’s Embrace), in duetto con la co-autrice Analia Chavez. ĠENN e Leathe of Heaven sono emblema di generazioni apolidi, libere da ogni vincolo mentale e geografico, e al contempo iper connesse, perché aperte per innata irrequietudine nei confronti di altre culture.
Leona Farrugia (ĠENN): Al 100%. Dovevamo assolutamente essere aperte a vari approcci e differenze culturali. La maggior parte di noi si è trasferita dal Mediterraneo all’Inghilterra, il che è stato un po’ uno shock culturale ma per fortuna abbiamo ritrovato nostra “sorella” Sofia, persa di vista da tempo, nonché nostra superba batterista. Prendiamo parecchio in prestito dalla fusione di differenti culture, che ci rende ciò che siamo, e prevalentemente Sofia ha attinto molto dal jazz – anche perché suo padre era un batterista jazz giamaicano-britannico che teneva molto alla trasmissione di tale retaggio all’interno di una famiglia di musicisti – e successivamente dal loro amore per drum and bass e dub. Personalmente, posso dire che la mia passione per le lingue semitiche va al di là delle mie possibilità e che cerco di imitare i suoni della lingua nella mia vocalizzazione. Janelle si è ispirata al għana, una sorta di folk maltese, per la scrittura del riff di Calypso, che è nato proprio così.
Stephen Reader (Lathe of Heaven): In Ilusión de Luces (Cold’s Embrace) appare Analia Chavez del gruppo musicale Ces Cadaveres: volevamo fare qualcosa con lei da tempo, per cui siamo stati lieti fosse disponibile a cantare in quella canzone. “She kills it”. Penso che interagire con l’arte proveniente da culture e periodi di tempo a sé esterni sia fondamentale per sviluppare la propria. Fin dai primi anni in cui suonavo la batteria, ho avuto un insegnante che insisteva sull’importanza di imparare a suonare musica jazz e afro-cubana. Ho preso lezioni con batteristi di professione funk, brasiliani, metal… Oggi non pretendo di essere capace di suonare in gruppi alle prese con tutti quegli stili, ma l’essermi cimentato nel suonare musica di talmente tanti generi diversi mi ha trasmesso un estremo apprezzamento per le peculiarità di ciascuno di essi, per le specifiche tecniche richieste e per la gamma di bellezza e creatività di cui si può essere capaci. Imparare ed essere aperti a qualcosa in più non può far altro che apportare miglioramenti.
Noel Mateus (Lathe of Heaven): Quando si tratta di comporre, anche senza pensarci consapevolmente, raccolgo influenze da tutti i tipi di musica, da ogni parte del mondo. Crescendo in Brasile e trasferendomi poi negli Stati Uniti, sono stato esposto a culture diverse in tenera età, in un modo che penso mi abbia aiutato ad ampliare i gusti. In musica è importante riconoscere l’importanza dei contributi di altre culture a qualsiasi genere specifico, e in un certo senso ci piace render loro omaggio nei nostri brani. Proprio come il punk, il post-punk nella sua vastità ha visto in generale adattamenti del suo stile in molte culture diverse, sin dai suoi albori – anche se credo che la maggior parte dei suoi esponenti non avesse familiarità con il termine “post-punk”, ahah. Confinarsi in un genere, proprio come limitarsi a determinati confini fisici, non porta a nulla di nuovo, ed è quello che stiamo cercando di evitare.

Tale ampiezza di vedute si rispecchia nella particolarità dei testi, dall’approccio ambiziosamente letterario, dei quali sono responsabili ovviamente i medesimi vocalist, Farrugia e Gage Allison. La prima, passando dal sussurro a urla liberatorie, si rifà ad autori di peso come Virginia Woolf, Jean-Paul Sartre e Georges Perec nel focalizzarsi sulla ricerca e sulle contraddizioni dell’individualità e dell’identità, oltre che sulle possibilità di una via di fuga in tempi di rigide sovrastrutture, ma anche al poeta e sceneggiatore Mario Azzopardi per il succitato singolo Calypso che, seppur redatto in inglese, si strugge per la lingua maltese, prossima a quella araba. Il secondo – coinvolto in tematiche attinenti a cosmologia, simulazioni, malattie mentali e abusi vissuti sulla propria pelle, solitudine, sofferenza, disordine e ontologia – cita influenze di stampo sci-fi come Octavia Butler, Arthur C. Clarke e Ken Liu, senza considerare il fatto che la ragione sociale della band deriva dall’omonimo romanzo The Lathe of Heaven di Ursula K. Le Guin (in italiano, La falce dei cieli), in bilico tra sogno e incubo.
Leona Farrugia (ĠENN): La letteratura mi aiuta a giocare con le parole, più nello specifico a dipingere un’immagine con le parole. Qualche giorno fa in aereo stavo leggendo Le città invisibili di Italo Calvino, che ha proprio quella freschezza ma al contempo quello spessore coerente di cui sono innamorata persa: il suo uso del linguaggio è facilmente comprensibile ma è abbastanza profondo da lasciarti meravigliato. Puoi davvero tratteggiare un quadro con le parole di Calvino, perché entri nella scrittura senza pensarci troppo. Sono molto interessata alla rivisitazione dei racconti e a quanto puoi avvicinarti alla verità.
Gage Allison (Lathe of Heaven): Sì, il nostro nome è preso dal romanzo di Ursula K. Le Guin. Abbiamo fatto parecchia fatica a trovare un nome che non solo si adattasse al nostro sound ma che veicolasse anche i temi di cui ci occupiamo nei testi. Dopo settimane di estenuante indecisione, siamo finalmente riusciti a scegliere Lathe of Heaven, che mi pare ci raffiguri bene come band; rende omaggio agli elementi della fantascienza che ci appassionano senza essere troppo apertamente nerd. I testi stessi sono fortemente influenzati da Le Guin, Butler, Clarke e molti altri, sia nello stile di scrittura sia negli argomenti che toccano nelle loro opere. Moon-Driven Sea, ad esempio, rende omaggio alla prosa di apertura di The Lathe of Heaven, mentre Inertia è ispirata al romanzo Solaris di Stanislaw Lem. Ci sono un sacco di “easter egg” sci-fi sparsi nei testi e nelle illustrazioni di Bound By Naked Skies e sono impaziente di scoprire se la gente li coglierà.
Curioso che ambedue le band, a dispetto della salda e visionaria connessione al presente, spargano persino qualche aggancio alla classicità. Se l’album delle ĠENN utilizza come titolo una parola latina, unum appunto, evocante una certa imperiosità, sul fronte Lathe of Heaven è altrettanto intrigante il riferimento all’antica filosofia greca a indirizzo stoico dell’ultimo singolo Ekpyrosis, dedicato alla teoria che descrive la genesi e il destino dello spazio e del tempo, in associazione a un modello ciclico che prevede la creazione, la distruzione e la ricreazione dell’universo in loop.
Leona Farrugia (ĠENN): In realtà è molto interessante, grazie per averlo sottolineato. Ci abbiamo pensato molto prima di concludere e scegliere unum: sembrava giusto, sembrava che fosse una rappresentazione fedele di ciò che è il disco e di chi siamo noi. È davvero una raccolta di unità, nel senso che questo album ci ha riportato assieme nonostante tutto ciò in cui ci siamo imbattute lungo il percorso. Abbiamo affrontato tanti ostacoli che avrebbero potuto facilmente mettere fine al progetto, ma in qualche modo siamo rimaste ancorate all’integrità e alla compattezza che ci hanno messe assieme.
Gage Allison (Lathe of Heaven): Sono stato introdotto per la prima volta all’idea di ekpyrosis grazie a un libro sulla cosmologia di Paul J. Steinhardt e Neil Turok, intitolato Endless Universe: Beyond the Big Bang. Non farò finta di aver capito tutto di quella lettura. Sono pessimo in matematica e non sono affatto un astrofisico, ahah. Ma devo dire che quel libro mi ha commosso. Indipendentemente dalla notorietà della teoria tra i cosmologi, essa funge da stimolante e inquietante esperimento mentale che coincide bene con l’arco narrativo e l’atmosfera generale del disco.
Non finisce qui perché, come parzialmente evidenziato nelle dichiarazioni di cui sopra, ĠENN e Lathe of Heaven sono in grado di plasmare un immaginario netto e renderlo riconoscibile attraverso ogni relativa espressione visiva. Inevitabile, oltre alla letteratura, l’influsso del cinema: per le ĠENN si traduce con accenni a Éric Rohmer (nel salmodiante singolo Rohmeresse, perché da comunicato stampa i suoi «personaggi negoziano la mondanità della vita quotidiana, cercando di venire a patti con i loro desideri mentre la vita scorre») e John Carpenter (il videoclip della dinamitarda Days And Nights, un’ulteriore critica al lavoro industrializzato con le musiciste immortalate in smoking, paga pegno al lungometraggio anti-consumista di culto Essi vivono); per i Lathe of Heaven emerge con strizzate d’occhio dada, per la precisione a Man Ray nel videoclip dell’intenso singolo apripista At Moment’s Edge (episodio che inaugura la scaletta dell’album ed è il primo a essere stato registrato, scaturito inizialmente durante un periodo acuto di depressione dall’impatto con il Ritratto di Adele Bloch-Bauer di Gustav Klimt e, per ironia trasformativa della sorte, il più pop del lotto), e naturalmente alle pellicole di fantascienza e futuri non troppo distopici…
Leona Farrugia (ĠENN): Ci sono così tanti artisti e registi che ammiro che è arduo individuarli. Forse direi di pensare alle ĠENN come a uno spazio senza limiti. Niente ci fermerà dalla volontà di esternare qualunque idea ci venga in mente. Laddove Agnès Varda incontra Céline Sciamma, e Lars von Trier incontra Leox Carax. Forse la ricetta è mezza tazza di esistenzialismo e un cucchiaio di realismo. Oh, non dimenticare di cospargere con un po’ di Nouvelle Vague in abbondanza.
Gage Allison (Lathe of Heaven): At Moment’s Edge è stato in gran parte ispirato da Man Ray e dal movimento d’avanguardia russo, le cui opere giustappongono immagini misteriose e surreali senza abbandonare del tutto le radici che affondano negli elementi classici dell’arte e della fotografia. Altre influenze, palesi o impercettibili, sono state Arancia meccanica e 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.
Inevitabile, infine, soffermarsi sugli iconici artwork di entrambi i dischi. Su quello di unum campeggia una costruzione tridimensionale per paradosso quasi connessa alla sfera onirica della tipica casa gotica, che innesca un gioco tra muri che possono farsi claustrofobica prigione e finestre moderne dalle quali affacciarsi sulla liquidità sottostante, di rimando sullo scorrere del tempo. Osservando il packaging di Bound By Naked Skies, si possono cogliere tanto un’iconografia retro-futuristica quanto dettagli semi-esoterici, da aggiungere peraltro ai flyer in zona H. R. Giger diffusi sui social network.
Leona Farrugia (ĠENN): Per l’artwork, abbiamo collaborato con un architetto, Marc Francis, che ha significativamente contribuito a dare forma alla visione che avevo avuto in un senso letterale. Abbiamo fatto seguire l’artwork alla creazione di unum 3D, un concept spaziale progettato per presentare alcune sfaccettature di ordinaria banalità: questa rappresentazione sullo schermo di un computer ci mostra lentamente svolte inaspettate e trucchi sorprendenti che rendono alcune di esse poi non così scontate. Come complemento all’album, la casa esiste per legarsi ai temi delle liriche in una dimensione esterna ma al contempo in tandem con ciò che la musica offre. Lo spazio suggerisce uno scorcio di un’utopia immaginata, che è una rappresentazione di paesaggi di memoria e trauma, consumismo e cultura materialistica. Il desiderio di essere intatti e irraggiungibili, desolati in un mare di spazio. unum 3D è un ponte esteso per esistere dentro a un luogo preservando memorie specifiche all’interno del modello architettonico. I pilastri delle mura che tengono insieme l’edificio si chiedono mai quale sarebbe il loro scopo nella vita?

Gage Allison (Lathe of Heaven): Bound By Naked Skies, nel bene e nel male, ha richiesto tre anni per essere portato a termine. È stata un’autentica prova di pazienza e, sebbene per la maggior parte del tempo sia sembrato faticosamente insopportabile, questo ci ha comunque conferito il vantaggio di poter mettere a punto gli elementi visivi del disco. Ci sono pochissime componenti casuali o involontarie nella grafica di questo album. Il cyborg/Baphomet sulla striscia obi, ad esempio, allude al romanzo Childhood’s End di Arthur C. Clarke (una storia in cui specie di alieni benevoli che sembrano diavoli conquistano la Terra), mentre il lato poster del foglio con i testi è una libera interpretazione visiva de Il cacciatore di androidi di Philip K. Dick (una delle cui scene ha generato anche il testo della trascinante The Spider, NdR). Gran parte dell’apparato artistico è visivamente ispirato da immagini oscure e talvolta persino esoteriche. Questo voleva servire da contrappunto, affinché fornisse equilibrio e contraddizione agli aspetti più piacevoli e miti della nostra musica.

A bruciapelo, per concludere, la traccia-chiave dei rispettivi album?
Leona Farrugia (ĠENN): OH NO! Questa è tosta, ma probabilmente sceglierei The Sister Of. Questa traccia mi sta molto a cuore in tutti i sensi!
Gage Allison (Lathe of Heaven): È dura per me! At Moment’s Edge ed Ekpyrosis permettono un’interpretazione piuttosto intuitiva della nostra direzione e delle nostre motivazioni come band. Tuttavia, qualcosa nella composizione, nella linea di basso e nel testo, mi spingono a scegliere Entropy (che per inciso si rifà sempre a un romanzo di Le Guin, il celebre I reietti dell’altro pianeta, NdR).
