Recensioni

A quattro anni dall’ultima prova (l’eponimo Ladytron), Time’s Arrow (2023, ancora su Ladytron Music) è un disco dream-pop che riprende i segni distintivi della band di Liverpool (soprattutto quei giochi di echi, riverberi, e la voce caratteristica di Helen Marnie), ricordo di quando agli esordi pubblicavano album come 604 (2001) e Light & Magic (2002), tuttora capisaldi della loro discografia.
Capisaldi perché lanciavano impulsi che erano altro rispetto alla imperante scena electroclash, della quale Ladytron faceva parte a pieno titolo, anche se forse non la sentivano come cosa loro. I quadretti electro-gaze quasi a mettere nero su bianco il modus operandi, le tracce secche e ridotte all’essenziale drum machine-sintetizzatore-voce, i numeri da dancefloor e i singoli synth pop (Playgirl e Seventeen su tutti).
Con Ladytron (album, 2018) i nostri avevano iniziato un discorso che sembrava puntare proprio su quest’ultimo aspetto quasi revivalistico, ma con risultati decisamente meno brillanti. Gli episodi che potevano aprire di nuovo la strada a cose più colorate (sponda electro) non mancavano, ma era l’inizio di una china che Time’s Arrow, concentrato su stilemi e stereotipi precisi, ha reso manifesta: i trick produttivi di echi e riverberi risultano fin troppo accentuati, le linee melodiche sono curate, ma quasi sempre convenzionali.
Una produzione più asciutta e un maggior spazio alla performance di Marnie avrebbero contribuito a renderlo un lavoro più interessante. Invece, quello che abbiamo è un disco fin troppo normalizzato, per il quale l’ascolto è dovuto, dati i venticinque anni di attività e esperienza dei nostri, ma che non riesce (non vuole?) ripartire dalle cose fresche e sgargianti di inizio carriera, che potrebbero ancora essere il loro tratto distintivo.
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