Recensioni

Collage rap elettronico, fumoso e asimmetrico, direttamente da due oscuri musicisti dell’underground olandese. La Rat è il progetto che unisce Goya van der Hejden e Tobias Jansen, oltre a essere il titolo del loro sgangherato esordio, che quest’anno ha strappato ottime reazioni dalla piccola nicchia formatasi attorno ai due. Notturno, spettrale e diffidente, La Rat è un piccolo viaggio in una serata di inebriante decadenza nord-europea, intossicante fino al midollo, quasi fuori dal tempo nel suo puzzle citazionista ma indiscutibilmente personalizzato.
All’ascolto risalgono subito alla memoria la voce pitchata, bambinesca e alienata di Quasimoto (alter ego rapper di Madlib), qui fievole co-protagonista timbrica; i tappeti più accartocciati di Earl Sweatshirt, MIKE e Navy Blue; la nebulosa arrancante del Pink Siifu più sconquassato; il collage rap à la J Dilla; la cupezza endemica di Anticon, label che ha raccolto gli MC e crew più incodificabili della storia underground. Il tutto viene però frullato in un impasto di sghemba elettronica, lo-fi da nebbia fittissima e irrazionali crossover pronti a sgretolarsi, che rende non solo la coincisa tracklist un piccolo ma ricchissimo mosaico, bensì un’irriverente re-interpretazione della più eccelsa scuola abstract d’oltreoceano.
È un gioco di incastri che, in una malia minimale e sussurrante, funziona piuttosto bene. C’è Puppet Show, jazz ipnagogico e quasi hauntologico, che arranca ma conquista con il suo andamento soffocante. La title track, che apre il disco, sfrutta invece un sublime loop cerimoniale e un flow debolissimo quanto affannoso per imbastire un remoto e lobotomizzato lamento, quello di chi vuole farsi sentire ma non riesce più a imporsi. Notevoli anche l’outro New Suns, la più dillaniana del lotto, con i suoi fiati ondeggianti e la sua infetta poliritmia, e la sballata Crab Dish, che fonde nella sua idiosincratica pozione hip hop anni ’80, latin jazz e percussioni tribali.
Questi primi indizi di La Rat sono solo piccoli frammenti di qualcosa che potrebbe essere, ma che ancora non è avvenuto: codici cifrati di un’estetica in piena formazione. Le prime otto tracce sono rapide, evanescenti, informali, anestetizzanti, seguendo un amore per un’estetica insieme frammentaria e psichedelica che abbiamo già apprezzato in diverse uscite dell’anno (Showbiz di MIKE, Live Laugh Love di Earl Sweatshirt, hooke’s law di KeiyaA, BLACK’!ANTIQUE di Pink Siifu, MARS IS ELECTRIC di Maxo ecc…). Pezzi di un album scorbutico che non sempre ha voglia di aprirsi e conversare con noi. Può però uscire allo scoperto, tutto all’improvviso, e il fascino che si sprigiona, specie per un esordio così effimero e incompleto, è davvero sorprendente.
Amazon
