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7.3

MIKE l’ha fatto di nuovo. A questo punto viene da chiedersi come sia possibile restare fedeli ai propri canoni stilistici e, al contempo, risultare sempre così stimolanti e impeccabili a ogni uscita discografica. Specie per un artista che, in soli otto anni, ha pubblicato dodici album in studio, senza contare i beat tape sotto l’alias DJ Blackpower. Eppure, Showbiz è l’ennesimo prodotto intagliato ad hoc da Michael Jordan Bonema.

Per le sue caratteristiche, è chiaro che il rapper del New Jersey debba molto ai suoi mentori, MF DOOM Earl Sweatshirt, i grandi artigiani dell’estetica abstract. Dalla struttura del disco (24 brani brevi in pieno stile Madvillainy) allo spoken word ispirato a Some Rap Songs, fino alle inflessioni vocali e ai beat ipnotici. Tuttavia, sin dalle sue prime uscite – in particolare da May God Bless Your Hustle (2017) – la profondità artistica e la creatività lo hanno posto ben lontano dall’essere una semplice copia carbone dei suoi idoli.

Dopo la svolta autocelebrativa e più dinamica di Pinball (2024), prodotta con Tony Seltzer, MIKE torna ai suoi temi di sempre: lo scontro interiore, le dipendenze, i traumi. Lo si immagina davanti a uno specchio, in una stanza soffusa di fumo, circondato da bottiglie vuote e allucinogeni, consapevole che tutto ciò è autodistruttivo, ma anche l’unica fuga possibile da una realtà opprimente. Anche ora che è famoso e, secondo i miti del sogno americano, dovrebbe aver trovato la pace, i lutti, gli scontri con il passato e i dubbi continuano a perseguitarlo.

Ed ecco il nucleo di Showbiz: “Guardami, sono in alto ma ancora in basso, incastrato tra mille problemi”. In un tema narrativo diffuso come il conflitto tra uomo e fama, è la lucidità con cui MIKE affronta la questione a renderlo unico. Già dal singolo anticipatore Bear Trap – il titolo non è casuale – si susseguono sofisticati flussi di coscienza, dove tutto emerge senza ipocrisie. Le dipendenze sono spesso l’unica soluzione (“A volte devo fumare dell’erba, il mio cuore diventa vuoto”, in Watered Down), mentre i traumi restano inscalfibili (“22 anni, come poteva la morte essere una mia preoccupazione?”, da Belly 1), in un circolo vizioso tra redenzione e ricadute nel peccato (“Le preghiere scompaiono perché rifarò tutta la merda sbagliata”). MIKE scrive per fare il punto della situazione, con una capacità espressiva che lo eleva tra le penne più interessanti della scena.

Musicalmente, MIKE si conferma non solo interprete ma anche producer di livello. L’eredità di J.Dilla Madlib è evidente in brani come Then we could be free.., Lost Scribe, Lucky…, ma si arricchisce di nuove fascinazioni: lo spiritual jazz di The Weight (2k20), il cloud rap di Da Roc, le sperimentazioni industrial di Belly 1, l’onirica psichedelia dell’outro Diamond Dancing (Broke). Il fine è disorientare l’ascoltatore con beat narcotici e tortuosi, amalgamando una palette labirintica con il timbro caldo e meditativo del rapper. I collaboratori scelti seguono questa linea: la strofa sgangherata di 454 in What U Boutta Do?/A Star was Born, il flauto suonato da Venna in Artist of the Century, il soul etereo della band newyorchese Duendita in Miss U.

Showbiz è un’altra memorabile manifestazione di poesia e creatività, un disco che mette a nudo il suo autore, pur senza raggiungere la versatilità spiazzante di Burning Desire (2023) o l’intensità commovente di Beware of the Monkey (2022).

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