Recensioni

Give my baby my daddy last name and his likeness
Solo chi conosce la strada discografica e personale di Earl Sweatshirt può sentire i veri brividi di una frase del genere. È lo statement di una nuova weltanschaung: i traumi non si combattono più, si accolgono, si metabolizzano, si superano. Questo è il nuovo Earl del 2025: grigliate con gli amici, joint fumati in compagnia, risate contagiose nei brevi video DIY che hanno accompagnato il rollout del quinto LP, il primo da solista dopo SICK! (2022). Un Earl padre e trentunenne, nuovo artista, nuova persona.
Live Laugh Love, senza tanti giri di parole, è l’ultimo capolavoro espressionista dell’erede più influente, intricato e visionario della scuola abstract di inizio millennio (MF DOOM come indiscusso maestro). Un dedalo onirico e fumoso di 24 minuti che rielabora con passione e gusto estetico temi come famiglia, crescita, spiritualità, autocelebrazione e ricerca di senso.
Nei loop maciullati e soffocanti (opera dello stesso Earl, Navy Blue, Black Noi$e, Theravada e Child Actor, con un occhio costante ai prof J Dilla e Madlib), e nei flow impasticcati e “free form”, quasi a flirtare con i sermoni urbani di Gil Scott-Heron e l’impatto spoken dei Last Poets, il diario stravagante di Sweatshirt prende forma. È qui che mostra il suo fascino più splendente, la sua ironia irresistibile e un approccio finalmente capace di plasmare il mondo esterno, e non viceversa. Il risultato è un collage densissimo e straordinario, per fascino, espressività e ricchezza.
Estasiante e commovente la jazzata INFATUATION, dolcissime melodie di TOURMALINE. Spaccona e sbilenca Static, splendida e intricata Life, aliena e travolgente WELL DONE!. Poetica, particolarmente sacrale la conclusiva exhaust (“Sailed in on lightning, prepared for the fight, go to church if you scared or you frightened”). È proprio nell’outro che ritroviamo la citazione con cui ho aperto questa recensione: fondamentale perché non solo Earl ha sconfitto il trauma individuale, ma riesce a trasformare la ferita di un padre assente e di una famiglia frammentata in questione sociale oltre che personale, centrale per l’intera comunità black.
Dopo quindici anni di ostacoli e fanghiglia mentale, Earl esce allora dalla bolla. Catechizza senza retorica il sé stesso di ieri: quello di Chum (pezzo disilluso contro il padre dell’epoca Doris) e del periodo Odd Future, rancoroso, violento, chiuso. Quello dello spleen senza fondo di I Don’t Like Shit I Don’t Go Outside. Quello dell’acidità urbana e del cinismo esistenziale di Some Rap Songs. Live Laugh Love è il perfetto contraltare a un’intera discografia: getta le fondamenta di una nuova vita, cura con la musica, inaugura un capitolo appassionato, ben costruito e — finalmente — felice dell’astratto romanzo di formazione che è il suo percorso musicale.
Senza featuring, clickbait o artifici, Earl Sweatshirt resta l’unico che in meno di mezz’ora riesce a trascinarti nel suo mondo senza appello, nel suo stile tanto imitato ma mai eguagliabile, nel suo stravagante immaginario. Ti lascerà andare, certo, ma non prima di averti fatto ascoltare uno dei dischi più belli di quest’anno musicale.
Amazon
