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Una sesta edizione che fa registrare una costante crescita per il Mish Mash Festival, kermesse dall’identità multipla e stratificata in grado di abbracciare un’esperienza musicale a 360 gradi, unendo il piacere dell’ascolto e della totale perdizione sotto palco, alla storia che una cornice come il Castello di Milazzo, simbolo della Cittadella fortificata, porta con sé. Oltre 5mila persone si sono avvicendate nella quattro giorni di festival, che – sia per organizzazione che per programma – conferma l’enorme ambizione di diventare parte del gruppo dei maggiori festival regionali e nazionali, in una settimana, quella del pre-ferragosto, che già aveva visto andare in scena in Sicilia un mostro sacro come Ypsigrock, ma anche il più giovane FestiValle.

A scaldare il palco pensano i Dumbo Gets Mad, che esaltano l’atmosfera con un ritmo psichedelico dal gusto prettamente internazionale (il progetto, partito in Italia, è migrato a Los Angeles da qualche anno e alla band si è unito anche Andrea Scarfone, già bassista dei Julie’s Haircut). Via di mezzo tra il psych oscuro dei Toy e quello più scanzonato dei Tame Impala, il sound è settato sui toni giusti, per quella che sarà una serata impostata sulla retromania. Seguono, infatti, gli European Vampire, con il loro mix di dance e romantic espresso al massimo della forma dal cantante e modello Lorenzo Sutto, coadiuvato alla consolle dal producer Mark Ceiling. Grande personalità sul palco e un pizzico di sbruffoneria che conquista immediatamente il pubblico di giovanissimi.

Superate le 23:00 è il momento degli headliner della serata: vestiti di bianco e davanti alle rispettive tastiere, i La Femme conducono la serata verso un mood decisamente cinematografico, soprattutto grazie a una coordinazione e a una scenografia davvero minimaliste, dove a essere esaltata è soprattutto la dimensione musicale, quasi a voler costruire un dialogo diretto con lo spettatore, che non esiterà a farsi immediatamente accompagnare tra i ricordi (la band è in attività da più di dieci anni). Una Nouvelle Vague capovolta, di senso inverso, contaminata con spruzzate di punk che omaggiano a più riprese sia il gusto per l’etereo e il sognante degli Air, che quello più sfacciato degli Sparks. Un set semplicemente perfetto, dove a momenti ad alta intensità emotiva (soprattutto interiore) se ne alternano altri più frenetici dove non c’è quasi il tempo per realizzare di essere finiti in mezzo alla folla in festa.

Ai Mind Enterprises l’arduo compito di concludere la nottata con un set che già dal primo brano proietta il palco nei “futuristici anni ’80”, a suo modo una rivisitazione in chiave cyberpunk di quello che il decennio simbolo dell’eccesso rappresentava in termini di look, stile e sonorità. Uno spazio notturno in cui Giorgio Moroder incontra Claudio Cecchetto, dove i baffoni e gli occhiali da sole fanno capolino a più riprese, invocando sensazioni e immagini sensoriali entrate ormai nell’immaginario collettivo.

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