Recensioni

7.7

C’erano una volta le Sugar Baby Doll, fantomatica band-madre di un pezzo di alternative rock anni ’90 formata da delle giovanissime Courtney Love, Kat Bjelland e Jennifer Finch e a suo modo leggendaria benché poco più di una nota a margine nelle rispettive biografie. Di loro ci è rimasto poco, giusto un demo, registrato quando già avevano cambiato nome in Pagan Babies e Jennifer non era più della partita. È molto aneddotica questa cosa che da tre costole di quella band sarebbero nati altrettanti gruppi che avrebbero fatto la storia, cioè Hole, Babes in Toyland e L7. Farebbe delle Sugar Baby Doll una sorta di Green River al femminile se non si trattasse di tutt’altre sonorità: ascoltando proprio il demo in questione, così a metà strada tra il sound delle Bangles e quello dei Cocteau Twins, facciamo comunque fatica a riconoscere sia Bjelland che Love.

In quel caso l’unione non faceva la forza. Non ancora, perlomeno. Migliore intesa troverà infatti Jennifer con due ragazze cresciute nella scena art-punk losangelina di Echo Park: Suzi Gardner e Donita Sparks. Suzi e Donita hanno subito legato quando Suzi ha fatto ascoltare all’amica le canzoni che stava scrivendo – pezzi hard, heavy e sludgy li definisce Donita nel documentario Pretend We’re Dead – però il gruppo è sul punto di mollare quando la nuova arrivata entra in scena. Buon per loro che lei non si presenti danzando sulle punte (lei che tra l’altro ama esibirsi scalza) ma sfidando quasi le altre ragazze ad affidarle il basso. Dopo tanta insistenza, sarà senza dubbio una scelta felice. Da quell’intesa nasce un suono che si posiziona naturalmente a cavallo tra il punk e il metal, beninteso che per metal le ragazze intendono quello alla Motörhead – al limite Black Sabbath e Kiss quando si tratta del lato più melodico e poppeggiante – e non certo quello che si suona sul Sunset Strip con le bandane, gli spandex e le cotonature al maschile. L’ambiente in cui iniziano a farsi conoscere davvero le L7 è invece quello dell’hardcore punk californiano, vicino ai Black Flag (è di Suzi, tra l’altro, la voce femminile di Slip It In) e ai Bad Religion, tanto che l’esordio su LP avviene nel 1988 per la Epitaph di Brett Gurewitz, che pare avesse preferito le L7 a dei rampanti Jane’s Addiction.

La vita però ti può portare dove non ti aspetti. All’estremo opposto della costa ovest degli Stati Uniti, rispetto a Los Angeles, si trova Seattle. Galeotti a quanto dicono furono i Cat Butt, gruppo del roster Sub Pop e oggi tra i dimenticati dell’era del “grunge”, con cui le quattro ragazze (quattro perché si era aggiunta nel frattempo in via definitiva Dee Plakas alla batteria) si trovarono in sintonia anche extramusicale. L’intesa tra le due band fece in tempo a cementarsi e a disgregarsi rapidamente nel corso dello stesso tour del 1989, salacemente ribattezzato “Swapping Fluids across the Nation”. Tournée a parte, è il mini album Smell the Magic, breve ma cruciale per le sorti artistiche delle L7, a consacrare la loro (breve) permanenza su Sub Pop. Esce nel 1990 e nel catalogo dell’etichetta di Seattle ci sta che è una meraviglia. Una t-shirt dell’epoca, che riproduce una sorta di locandina del famoso tour con i Cat Butt, presenta le L7 non a caso come “motogrunge from LA”.

La collaborazione con l’etichetta di Seattle si rivela comunque un trampolino di lancio verso lo stardom del rock alternativo – di cui l’approdo su una major è sia l’autenticazione sia l’antipasto, perché il meglio deve ancora venire. E il meglio infatti arriva. Le L7 hanno il sound giusto per andare incontro al boom del “grunge” ed esserne in un certo senso “adottate”. Parliamo di un mix di punk, garage vecchia scuola (alla Stooges), hard rock, blues e pure un pizzico, giusto un pizzico, di hardcore e thrash metal. Ma soprattutto, le L7 sono forza motrice di un autentico risveglio del femminile nel rock. Non le sole, però di fatto le battistrada di un movimento più ampio, più che altro per questione di longevità e tempismo, visto che arrivano un attimo prima di Babes in Toyland e Hole, e precedono di qualche anno Bikini Kill e compagnia riot grrrl.

E nei fatti assestano una prima sberla al machismo purtroppo dominante in un certo immaginario musicale. Una sberla sì, divertente e seria. Divertente perché le L7 non sono una band politica nel senso più tetragono e la loro rabbia è una rabbia che si deve poter ballare (ce la ha ribadito Donita in una nostra intervista qualche tempo fa); divertente perché anche uno dei loro statement più provocatori e viscerali si fa beffe con ironia di un abusato cliché, quello della donna con le ehm… con gli “attributi”. «She’s got so much clit she don’t need no balls», la chiusa sarcastica di una canzone, Fast and Frightening, dotata di un senso identitario e di una forza iconica – una foto e una sorte di role model tanto per le ragazze della band che per le loro seguaci – che può stare alle L7 e a ciò che rappresentano come Cherry Bomb poteva stare alle Runaways e Rebel Girl starà alle Bikini Kill. Divertenti ma anche serie, e molto: nel 1991 la band e il settimanale LA Weekly organizzano la prima edizione di Rock for Choice, una kermesse annuale i cui concerti a supporto delle associazioni che difendono il diritto all’aborto si terranno con regolarità fino al 2001.

Un dito (medio) alzato in faccia agli stereotipi sessisti e a chi non ha ancora capito che a fare la differenza per il rock non sono certi attributi (leggi i genitali) ma altri: grinta, carattere, intelligenza, passione, voglia di spaccare il mondo. Spaccano davvero le L7. Ma non è solo quella voglia a guidarle quando entrano in studio per registrare il loro primo album major, frutto dell’accordo con la Slash, sussidiaria Warner, e con la London Records. In consolle c’è Butch Vig, a oggi il produttore “grunge” per antonomasia quando per grunge intendiamo quello di successo e non il sound della Seattle indie (per quello c’era Jack Endino, che infatti si era occupato di Smell the Magic). E Vig è una scelta perfetta quando si tratta di dare il gusto meglio dosato a quella marmellata sonora che conserva la polpa di chitarre distorte e ritmi tesi insieme al duttile succo di melodie orecchiabili. In Smell the Magic c’era Shove, un pezzo ideale per tempismo e stile che portava a spasso gli Stooges e i Troggs a braccetto con le Frightwig e le Runaways, a farsi una birra e una canna con i Mudhoney e i Nirvana di Bleach: il brano di punta di Bricks Are Heavy si chiama invece Pretend We’re Dead, e vuoi per la produzione di Vig, vuoi per promozione più forte, e vuoi soprattutto per i riff, tra i più accattivanti della produzione L7, e il ritornello – che aggiunge i lieviti giusti, la schiuma, le bollicine e gli aromi più amabili al loro sapido birrozzo punk-metal – diventa nel suo piccolo la prima hit delle ragazze, quella che le mette in programma su MTV e le porta come ospiti al David Letterman Show.

Passando dal dettaglio all’insieme, Bricks Are Heavy è l’album che porta a maturazione e al minutaggio da LP le idee già ben presenti e bene a fuoco in Smell the Magic. I brani che più sgasano spingendo sull’acceleratore del ritmo – boogie sotto speed che diventano stantuffi heavy metal tipo l’iniziale Wargasm e la finale It Ain’t Pleasure – sono messi in minoranza e piazzati in punti strategici. A prevalere sono pezzi come Scrap, Diet Pill, Everglade, di una grungytudine dal sostrato metallaro e potremmo dire quasi melvinsiano se non ci fossero le linee melodiche tirate a lucido (fa un po’ eccezione Slide, dal piglio più punk – con piccole assonanze mudhoneyane dovute se non altro al titolo e al refrain). Sì i ritmi sono un po’ meno frenetici e One More Time è forse il loro primo slow compiutamente melodico. Ma subito dopo arrivano Monster (con giro monstre di basso e villanissimi tocchi di campanaccio) e Shitlist (altro riffone pesante ma orecchiabile e gran vibrato di Donita) e hanno quella giustezza trascinante e grezza che il rock heavy deve avere – inclusa quell’aria un po’ metalhead fatta apposta per il rito da concerto, ovvero headbanging + gesto delle “corna” + singalong ubriaco. Le L7 hanno un talento per queste loro scoppiettanti filastrocche che sprizzano da tutti i pori un rockismo sano, demachizzato e grintoso.

Tutto Bricks Are Heavy mantiene una inossidabile compattezza e un carattere scolpito di rabbia-sudore-spirito ribelle-irriverenza-girl power-ironia-divertimento-un pizzico di malizia. In sostanza le L7 rimarranno fedeli a quegli stessi schemi – il che sarà sì un pregio ma anche un limite, perché i dischi successivi andranno in lieve calando di ispirazione nonostante qualche tentativo apprezzabile di invertire la rotta, e la fortuna a un certo punto volterà loro le spalle (mollate dalla casa discografica, torneranno indipendenti ma Slap-Happy sarà un flop, anche per colpa di una distribuzione inadeguata). La fortuna, abbiamo detto, ma non i loro fan che anche dopo anni non le avranno dimenticate. Sono tornate quasi vent’anni dopo e sono le stesse di sempre, «assurde, aggressive, vulnerabili, spavalde, uniche» (sempre Donita dalla nostra intervista). Che poi è come emergono anche dal loro album più conosciuto.

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