Recensioni

7

Il supergruppo inconsapevole. Un’accolita di future star che non sapevano ancora di esserlo. Una miscela sonora esplosiva per quanto – ancora, troppo – instabile. Una chimica di gusti, e di personalità, in anticipo sui tempi e anche per questo non così ben assortita. Sono gli ingredienti di Dry As a Bone e Rehab Doll, i due album conclusivi della breve ma fruttuosa (a posteriori) parabola dei Green River, la superband proto-grunge dalle cui ceneri sono nati da una parte i Mudhoney, e dall’altra i Mother Love Bone e poi i Pearl Jam.

La Seattle post-Boeing (e pre Microsoft) dei primi anni ’80 è divisa musicalmente in varie tribù, e non corre buon sangue tra i metallari del sobborgo bene di Bellevue e i punk del centro e del quartiere universitario. Ma la convivenza forzata in un ambiente così piccolo inizia a prendere una piega curiosa. Inizia a entrare nelle teste l’idea malsana – racconterà anni dopo un testimone nel libro di Greg Prato, Grunge is Dead – di poter mescolare influenze come i Pere Ubu, i New York Dolls e i Def Leppard (!). I Mr. Epp di Mark McLaughlin sono già un po’ strani per l’hardcore: stanno a metà tra la goliardata, lo scherzo concettuale e il gruppetto da liceali senza pretese. Con i Green River la faccenda si fa più seria. McLaughlin, che si è ribattezzato “Arm”, ha conosciuto Steve Turner – quello che è ormai il suo compare di chitarre da più di tre decenni. E Turner ha portato in dote un amico, Stone Gossard. Mark e Steve allora “pedinano” Jeff Ament, arrivando a lavorare nella stessa caffetteria pur di convincerlo a unirsi al loro gruppo.

Il complesso che nasce è un mischione di gusti: i componenti hanno più o meno tutti un passato hardcore in formazioni come Mr. Epp (appunto), March of Crimes e Deranged Diction. Eppure quando la storia entra nel vivo esce fuori la passionaccia per il metallo – quello basico di Black Sabbath e Venom, ma pure il nuovo glam rock losangelino – che non ha abbandonato alcuni di loro e non li abbandonerà. Li abbandona invece Steve Turner, il più fedele al sound punk e garage, che infatti sarà colonna inossidabile dei Mudhoney. Al suo posto, Bruce Fairweather (il quinto membro, il meno conosciuto, è Alex Vincent alla batteria). Nel frattempo però i Green River (nome ispirato da un serial killer del Nordovest) hanno fatto un po’ di strada. Al singolo Together We’ll Never (titolo profetico) fragrante di Stooges e Dead Boys è seguito il debutto per un’etichetta indipendente di un certo peso come Homestead, il mini album del 1985 Come On Down. Che fa di questi quattro tizi un po’ strani il primo gruppo “da esportazione” della scena post-punk di Seattle, preceduti solo dagli U-Men ma destinati a sorti più magnifiche e progressive. Anche se non together.

Ma le cose con la Homestead non vanno granché. Nemmeno con la nuova label, la neonata Sub Pop, che ci mette un anno per fare uscire il lavoro successivo, registrato nel 1986 ma pubblicato nel 1987. Dry As A Bone è importante per due motivi. Perché tiene a battesimo il catalogo dell’etichetta simbolo della scena di Seattle. Perché il termine grunge esce allo scoperto definitivamente. Dopo il «pure shit pure grunge» che Mark Arm aveva usato come slogan per i Mr. Epp, è il capo di Sub Pop, Bruce Pavitt, a sproloquiare a uso stampa di «ultra loose grunge that destroyed the morals of a generation». Questo fatidico grunge versione Seattle è il famoso mischione di cui si parlava. I riff frenetici di This Town e Unwind e all’opposto le movenze quasi melvinsiane di PCC, gli accordi strangolati di Ozzie (cover dei Tales of Terror) e le onnipresenti memorie stoogesiane (Baby Takes e non solo), circoscrivono un campo di influenze e definiscono un’estetica – o se si vuole la non-estetica del rock di Seattle degli anni ’80 – con una full immersion incosciente e pionieristica, che sfiora la parodia (anzi ci entra dentro a più riprese) e serve seriamente da brodo di coltura per le band che verranno dopo – sia per i derivati diretti di cui abbiamo detto, sia in senso lato per l’intero genere. Che, beninteso, esisteva già, nel senso che grunge erano chiamate formazioni australiane come Scientists, Beasts of Bourbon e soprattutto Feedtime, Cosmic Psychos, Grong Grong, Lubricated Goat… Tutti dei fratellini maggiori per i gruppi di Seattle, tesi tra il rock and roll più grezzo e compatto e una psichedelia parecchio rumorosa.

I Green River sono comunque un’esperienza sui generis. C’è l’abito sonoro ma manca curiosamente l’uniforme del complesso grunge. Niente camicie di flanella e Doc Martens: siamo al patchwork più folle tra un capello cotonato e una maglietta di Iggy Pop, il trucco glam e il look da collegiale. Dry As a Bone, tecnicamente un EP, tra l’altro finanziato dalla band più che dall’etichetta, è l’ultimo disco che vede il gruppo motivato e compatto: Rehab Doll uscirà a band già sciolta. Fatali le divergenze estetiche e gli screzi personali. Tra chi preme per il professionismo (Ament e Gossard) e chi per l’indipendenza (Arm). Due episodi sintomatici di un mondo ancora molto polarizzato tra mainstream e underground: quando allo Scream di Los Angeles i Green River aprono per i Jane’s Addiction, ancora senza contratto ma in grado di radunare duemila persone, Stone e Jeff sono in visibilio, gli altri, semplicemente, no. E i discografici messi sulla lista degli ospiti al posto degli amici – per volere di Ament, si dice, contro il parere di Arm – sono la goccia che fa traboccare il vaso.

Si è parlato spesso nei primi anni ‘90 di questa faida che non ha poi avuto grandi ripercussioni: i protagonisti avranno tutti le loro belle soddisfazioni con i progetti successivi e si ritroveranno spesso insieme. E Rehab Doll, anno 1988, è un monumento a quello che avrebbero potuto essere i Green River e non sono stati: una band da grandi arene che alla forza esagitata dei primi tempi aveva aggiunto un po’ di raffinatezza e perizia compositiva e strumentale, come si evince dai ritmi più swinganti e dai cambi di tono. Con il glam rock a millemila volt di Swallow My Pride a tirare verso il “singolone”, portando di peso i New York Dolls nel suono duro di Seattle e pure andando incontro a certo hair metal, insieme alla nuova versione di Together We’ll Never, stavolta tanto Aerosmith più “punkizzati” quanto Stooges: l’esordio assoluto di qualche anno prima che diventa epitaffio, tributo alle proprie velleità inespresse. Oggi più che la produzione originale di Bruce Calder, più pulita e mirata all’FM, interessano le tracce demo registrate ai Reciprocal Recordings con l’immancabile Jack Endino, che arricchiscono come pezzi di contorno la ristampa, lasciando attaccati ai brani ancora un po’ di raw power e di germe punkettaro. Restituendo quindi il contesto da cui si erano sviluppati.

Finisce così quello che un veterano della scena, Leighton Beezer, definirà anni dopo come un esperimento di laboratorio uscito malissimo ma che stimolò tutta la scena: «”Che succede se mescoliamo questo con quest’altro? Oh merda” Furono uno stimolo per tutti quanti». Quando si parla del fatidico sound di Seattle, i Green River sono stati tra i pionieri, il gruppo che ha predetto e da cui è scaturito un po’ tutto: e il loro incontro non è meno importante della loro “diaspora” ai fini di quello che oggi chiamiamo grunge. Ciò che allora era semplicemente un’idea di rock underground molto locale nata nella Seattle post Boeing e pre Microsoft e Amazon; un sound che usciva dai parametri usuali del punk/indie rock americano coevo. E infatti l’essenza – e diremmo anche l’importanza storica – dei Green River è proprio qui: essere stati l’anello di congiunzione tra esperienze profondamente diverse pur nell’ambito della stessa scena, tra il rock da stadio e quello da garage, tra la cult band velenosa e il gruppo ecumenico.

Mark Arm, Stone Gossard e Jeff Ament, con la loro band “prematura”, hanno sperimentato prima di tutti le più grandi potenzialità come le più lampanti contraddizioni del “Seattle Sound”. Sono stati la prima linea del proto-grunge quando era soltanto uno dei tanti segnali di fumo che arrivavano dall’underground americano, per di più nell’estrema periferia degli States, i secondi (dopo gli U-Men) a portarlo di fatto fuori città, fino a guadagnarsi la stima di colleghi come i Sonic Youth. Rispetto ai coevi Melvins, Soundgarden, Skin Yard, Malfunkshun o agli stessi U-Men – i gruppi che facevano loro compagnia sul primo manifesto della scena, la compilation Deep Six della C/Z – sono probabilmente la band che ha racchiuso nel suo raggio d’azione il maggior numero di influenze e di stili, tanto da non riuscire a reggerlo e da disgregarsi prima di arrivare a un ipotetico zenith creativo. Con buona pace di tutti e certo senza rimpianti, considerato il seguito importantissimo di questa precoce avventura.

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