Recensioni

In pochissimo tempo Ron Morelli e la sua creatura L.I.E.S. sono diventati un punto di riferimento della scena off house (o sarebbe meglio dire off elettronica e basta) mondiale, venendone a rappresentare uno dei versanti più sporchi e maledetti. Label of the year 2012 per Resident Advisor, con un frenetico ruolino di marcia produttivo (solo nel 2013 si contano almeno trenta diverse uscite tra 12″ e album ufficiali, senza contare white e black labels e la sub Russian Torrent Versions), la posizione di rilievo dell’etichetta newyorkese è stata conquistata soprattutto per la coerenza qualitativa che ha finora contraddistinto le scelte del suo fondatore: equipaggiamenti analogici, distorsioni, nessuna facile concessione al mainstream. Il risultato è una techno house che fa dell’immediatezza fai-da-te il suo segno distintivo, che guarda a Detroit con deferenza e rimpianto per un mondo dove non c’erano laptop, tablet ed emulatori, ma solo qualche Roland a buon mercato, energia e passione. Le produzioni L.I.E.S. trasudano urgenza e autenticità: non è semplice retromania, ma espressione di un atteggiamento duro e puro, critico, ribelle verso lo status quo. 

Music For Shut-Ins, compilation che riprende la formula della precedente raccolta L.I.E.S. American Noise del 2012 (due CD, uno di pezzi già pubblicati e uno di brani inediti), fotografa perfettamente gli ultimi sviluppi della label ed in primis del suo capo, in evoluzione verso istanze meno dance e più industrial. Morelli ha definito il contenuto della compilation “club music per chi odia andare per club”, ed effettivamente qui si balla sicuramente di meno rispetto ad American Noise (dove di noise alla fine non ce n’era poi così tanto, con proposte che spesso miravano al centro del dancefloor, sconfinando talvolta in una sterile ambient house). Musica per rinchiusi in casa, per disposofobici antisociali che si autoseppelliscono raccogliendo tutto e non buttando via niente: in questo affastellarsi c’è tutto Morelli, la cui peculiare estetica sovrasta le singole personalità degli artisti ospitati, quasi tutti con poche e recenti produzioni alle spalle (l’eccezione principale è Danny Wolfers, qui presente come Legowelt, che gravita nel mondo della lo-fi dance dagli anni Novanta).

La prima traccia alza subito l’asticella: l’arpeggio sporcato industrial in Basilisk di Vapauteen non fa prigionieri. Segue l’electrodark di Shadowlust, brumoso progetto frutto della collaborazione tra Lili Shulder e Marquis Cooper aka Svengalisghost, uno dei più tipici prodotti del sottobosco morelliano (che poco più avanti, con High Heel Sleaze, rilancia la compilation nei territori torridi della house più che satura e malata). I due pezzi qui proposti di Marcos Cabral, DJ emergente della leftfield dance newyorkese, spaziano dalla beguine distorta di Virginia, che ricorda gli esperimenti con le proto drum machine pre-Autobahn dei Kraftwerk, alla progressione house in direttissima degli oltre dodici minuti di Dancing on Manhattan. Con l’altra doppietta della compilation, firmata Florian Kupfer, il giovane agente segreto L.I.E.S. di stanza a Berlino, si passa dalla deep house disequalizzata di Feelin alla tesissima ambient techno di Unreal (incentrata su un sample vocale che ricorda tantissimo una litanìa di Lisa Gerrard). E tra la kosmische techno di Jahiliyya Fields, le ribalde rolanderie retrò dei TX Connect, i graffi delle ragazze terribili Lori Napoleon (aka Antenes), Sheela Rahman (Xosar) e Daryl Seaver (Samantha’s Vacation), anche la house amichevole e superficialmente senza pretese di The Zoo dei Beautiful Swimmers assume connotati stranianti. L’etnoambient industriale di Gunnar Haslam chiude le oltre due ore di questa densa, sghemba, eccentrica compilation, affascinante summa del Morelli-pensiero nei confronti della club culture contemporanea. (7.1)

Il discorso diventa ancora più estremo quando il producer di Brooklyn parla in prima persona, uscendo dai ranghi L.I.E.S. e concedendosi ancora più libertà di critica. Con l’EP Backpages, pubblicato ancora per la Hospital di Dominic Fernow (Prurient, Vatican Shadow), Morelli torna dopo solo poche settimane sul luogo del delitto dell’album breve Spit, e aggiunge ulteriori pagine a quel bloc notes di idee incendiarie: tre interessanti nuove tracce (l’incedere nichilista di Public Consumption, e l’arpeggio techno-kraut su un persistente kick drum di Another Hit, i fill-in imbizzarriti di Rushing Again) e l’extended version di Crack Microbes, che con i minuti in più concessi si sviluppa meglio nell’eco distorta e allucinata degli esperimenti elettronici pinkfloydiani di On The Run. I riferimenti, sia iconografici (simboliche prostitute in piena trattativa) che sonori (la rabbiosa techno industriale à la Regis) rimangono gli stessi: il sentimento dominante è un connubio ambivalente di repulsione e attrazione verso il mondo esterno, un’autistica chiusura verso un’umanità mercificata che diventa necessità impellente di comunicare. (7.2)

Con queste ultime uscite l’armata L.I.E.S. e il suo subcomandante confermano il loro ruolo di baluardo contro il logorio della standardizzata e inoffensiva dance moderna. Il recente annuncio dell’inserimento nella line up del Sonar 2014 di Ron Morelli e del suo pupillo Svengalisghost ne segnerà la definitiva incensazione o l’inizio della fine per un progetto che fa dell’essere underground, nascosto e terroristico la sua ragion d’essere?

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