Recensioni

Dischi così non dovrebbero vedere la luce in primavera, sembrano anzi il contrario di tutto ciò che la luce della primavera significa e può significare. Oppure, è solo questione di abituare lo sguardo, di regolare l’esposizione. O forse – e infine – è giusto così: potrebbe dipendere dal fatto che anche le stagioni stanno rimettendo in discussione il senso del loro accadere (consumarsi, tornare) rispetto a noi, così come sta mutando in profondità il nostro senso per le stagioni, mentre la consueta ciclicità del tempo sembra vacillare e smarrirsi. Ma non divaghiamo.
Nothing But The Kids nasce dall’incontro tra Pietro De Cristofaro (noto da queste parti come Songs For Ulan) e Paolo Broccoli (dei The Orange Beach), i quali hanno dato vita alla nuova entità Kusturin: quanto si tratti di un progetto defilato o centrale, estemporaneo o duraturo, lasceremo che a dirlo sia – eh – il tempo. Al momento ci sono queste undici canzoni che a dire il vero erano pronte già da più di un anno, poi ci è piovuto addosso l’asteroide che sappiamo e buonanotte. Ma – appunto – non può essere notte per sempre, ed eccole infine disponibili, col loro incedere da ballate sull’orlo del buio, col loro cuore che affoga in una strana mistura (rimpianto? Rancore? Fatalismo? Uno spruzzo agro di passione?), con l’aria di chi ha visto appassire troppe illusioni per farsi tenere al guinzaglio dalla speranza, ma che della speranza tiene a mente la vibrazione profonda e la strana, persistente effervescenza (i testi, per la cronaca, sono del poeta Marco Russo).
Detto di una cover fragrante ma abbastanza scolastica di True Love Will Find You in the End (realizzata poco prima della morte di Daniel Johnston), la scaletta si aggira tra impronte sonore tiepide e suggestive (chitarre acustiche, elettriche e slide, organo, vibrafono, dulcimer, flauto mellotron, moog…), piuttosto riconoscibili anche se mai lasciate in purezza, come se ci fosse sempre un processo di metabolizzazione che prevede il mescolarsi di sostanze e sapori, una stratificazione di codici costante seppure sincronizzata su frequenze immancabilmente ombrose.
Pare quindi di camminare accanto ai fantasmi di Nick Drake e Tim Hardin col passo cupo dei Black Heart Procession (Medicines), oppure di scozzare un mazzo di inquietudini Alice In Chains assieme a Mark Lanegan (Jump On Ice), di far coagulare irrequietezze Pearl Jam altezza Tremor Christ (Oh My Heart), di cogliere il lato più lunare dei dEUS (The Limit) o ancora di contemplare un panorama desertico e intossicato vagamente Radar Bros con palpabili venature floydiane (These 20 Years), Pink Floyd che diventano presenza chiara in Your Summer (con la vocalist Ilaria Pace impegnata a citare la Clare Torry di The Great Gig In the Sky) e nella narcosi barrettiana di Tricky Business.
Nel complesso è un album assieme potente e fragile, caldo e scostante, familiare e oscuro, come un collage di vecchie foto mai viste prima e che pure ti solleticano la memoria, ti raccontano una storia che è pure la tua. È un disco che sa essere un disco perché traccia un perimetro, marca la differenza tra starci dentro e starne fuori. A voi la scelta.
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