Recensioni

7.1

Eravamo tutti curiosi: quale musica aspettarci da Kristin Hayter dopo che ha congedato per sempre il suo progetto/alter ego Lingua Ignota che l’aveva fatta conoscere e contraddistinta fin qui? Qualcosa di radicalmente diverso, forse, come provavamo a indovinare concludendo la recensione di Sinner Get Ready. «Volesse scrivere canzoni “normali” oltre alla sua musica inaudita, la nostra signora del canto esiziale lo saprebbe fare benissimo, e le verrebbe anche bene. Ma non avevamo dubbi. Chissà che non sia davvero questa la sua nuova, americanissima frontiera».

Di “normale” in questo disco non c’è tanto. Anche se la cantautrice americana ha voluto tracciare una linea di demarcazione dai traumi espressi con il vecchio nome, questa stessa linea non è mai così netta, si contorce, si confonde, sfuma fino a diventare indecifrabile. Se cronaca di una conversione doveva essere – lo strumento necessario per la salvezza cristiana a cui quel titolo rimanda anche se con un curioso punto esclamativo, o almeno questi erano i rumours che avevamo intercettato – è la cronaca di un processo tortuoso, tormentato: la via gloriosa della fede è anche un sentiero accidentato ed emotivamente impervio.

Si capisce tutto già dal primo pezzo, I’m Getting Out While I Can: un canto di resilienza religiosa tra armonie gospel e remoti accenti country che all’improvviso si spezza come sabotato da disturbi elettronici e puff, scompare come se venisse una radio che ha perso la sintonia. Ancora più straniante è il finale: dovrebbe l’estasi del canto devozionale, How Can I Keep From Singing, dove un contralto sofferto trova finalmente requie in una melodia dolce e nel più delicato chiaroscuro di accordi di piano, ed ecco che sotto si insinua per conto suo un pianto dirotto isterico convulso – più che una nota inquietante, un controcanto – meglio, una controvoce – schizofrenico che prosegue anche dopo che la musica è cessata (ed è il suo l’ultimo suono che sentiamo nell’album).

Altro brano che restituisce bene il clima emotivo sconcertante di questo lavoro, All of My Friends Are Going to Hell, nella sua assertività apocalittica e nella sua forma antifonale – in cui al canto a cappella risponde un piano preparato percosso, più che suonato, con poca creanza come se fosse un gong a tastiera – mantiene un tono allucinatorio, beffardo. « È l’ascoltatore a dover decidere se si tratta di illuminazione o di follia» recita uno dei testi di presentazione: e l’ascoltatore potrebbe benissimo percepire che si tratta di entrambe le cose.

Questo piano preparato con campanacci e catene è la spina dorsale della musica, drammaticamente efficace nel sorreggere ed enfatizzare due dei brani vocalmente più carichi di pathos (non che gli altri non lo siano, anzi): dagli accenti operistici di I Will Be With You Always alle cabrate vertiginose con cui il canto di Kristin apre squarci di spettacolosa intensità in una The Poor Wayfaring Stranger che vale come attestato della qualità espressive che la rinata e “reverenda” cantautrice americana ribadisce anche in questa sua nuova e diversa veste. Diversa, ma neppure così tanto.

Anche le versioni abbreviate di brani tradizionali interpolate ai pezzi originali non fanno che riprendere una struttura già sperimentata dal vivo nell’ultimo tour di Lingua Ignota. Qualcosa è cambiato, sì, ma non troppo. Soprattutto, la qualità, l’intensità sono rimaste le stesse. E anche una cifra poetica sempre più personale e riconoscibile, per cui i soliti paragoni (vedi le recensioni dei dischi precedenti) non sembrano più tanto necessari.

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