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«I program my home computer/ me myself into the future». Una frase del genere oggi suona allo stesso tempo datata quanto attuale e – appunto – ancora proiettata nel domani: perché se è vero che il computer è ormai la normalità dei fatti che non entusiasma più di tanto – anzi a volte si è tanto saturi da arrivare alla noia – è anche vero che la tecnologia a esso collegata continua ad avanzare verso un orizzonte ancora poco chiaro. Almeno così lo percepiscono le masse, da sempre nell’angoletto ad aspettare i resti delle scienze più avanzate: nel 1981, allo stesso modo, pensare al personal computer come un oggetto presente in tutte le case del mondo era visto quasi come fantascienza, ma la tecnologia degli elettrodomestici andava speditissima camminando verso l’annientamento di ogni ricordo rurale di fatica fisica. Ebbene testimoni di questo passaggio storico/economico fondamentale sono i Kraftwerk, che nell’81 se ne escono con Computer World, disco seminale per il futuro della musica elettronica.

C’è a questo punto da fare una premessa personale: i Kraftwerk hanno cullato la mia infanzia e la mia adolescenza, dopo che pescai il vinile di Radio-activity tra i dischi della buonanima di mio zio. Ne rimasi folgorato, perché non tanto nei solchi del disco quanto nell’approccio della band c’era una grandissima consapevolezza: che la tecnologia, l’elettronica, è una roba che non stona assolutamente con la natura. E soprattutto non stonava allora, quando ancora certi apparecchi erano prototipi e avevano in sé le stesse caratteristiche di ampie zone campestri e selvatiche, tutte da scoprire, del mondo che ancora teneva una scarpa in campagna. Era un po’ la sintesi dell’evoluzione: d’altronde se è vero che non c’è nulla di meno naturale della natura (per citare Pasolini), allora nei circuiti troviamo tutto il senso della creazione biblica.

I Kraftwerk non facevano altro che analizzare questo continuo scambio osmotico tra uomo natura e macchine, bilanciandolo in maniera perfetta dove altri invece cercavano la frizione, lo scontro diretto. Nel 1981 tutta l’avanguardia da loro espressa in dischi come il già citato Radioactivity, che è un tuffo nella doppia faccia farmaco/veleno della radioattività, o The Man Machine, che è un’analisi dell’automazione completa tanto agognata per liberare l’uomo dal lavoro, sembrerebbe assorbita da tutta la scena synth pop che ai musicisti tedeschi faceva appunto riferimento (Depeche Mode e Soft Cell in primis). Per fare un esempio rapido, la b side del primo singolo dei VisageFrequency 7 – è talmente Kraftwerk da superarli in potenza: come poter quindi fare di meglio? Ebbene i nostri eroi invece riusciranno addirittura a creare un nuovo genere che si svilupperà parallelo alle conquiste soniche della musica commerciale: stiamo parlando da una parte dell’electro, dall’altra del fondamento di quello che sarà il nuovo futuristico suono “black” di Detroit. Il tutto, ovviamente, spingendo ancora una volta sul tasto della sensazione di “quotidianità” dell’apparecchio computer: immaginandolo già come una seconda pelle, come un costante partner nella vita intellettuale, ludica, economica e chi più ne ha più ne metta dell’homo sapiens.

Una musica che si proietta già nella rete e ne descrive con una proverbiale freddezza emotiva (che, si badi, non va confusa con il cinismo) le implicazioni: alla traccia di apertura, la sagace Computer world, il compito di aprire le danze con pulsazioni che profumano già di dati in corsa attraverso complicatissimi cavi. «Interpol and Deutsche Bank / FBI and Scotland Yard / Business, numbers / Money, people» il testo, scandito sia da voce umana che da uno speak and spell ( il famoso Grillo Parlante italiano), non fa altro che illustrare cosa succede oggi: i nostri dati manipolati e controllati dal potere, in questo caso nella sua mutazione elettronica. Ma non c’è angoscia, gli accordi del pad dei synth sono in maggiore: sembra più che altro una tesa curiosità per vedere come andrà a finire. Il sound delle batterie elettroniche è quello che più colpisce: sono aghi sintetici, scintille che producono ritmo dal nulla. La storia di come nacquero è ben raccontata da Wolfgang Flur, “batterista” storico della band fino al 1997, nel suo libro autobiografico I was a robot: nel tentativo di rimodernare il loro set verso qualcosa di “miniaturizzato” e compatto, egli si rese conto che non esistevano drumpad adatti. Quindi se li autocostruì usando un piatto cestino colazione di alluminio e ci avvitò tre piastre rettangolari, suonandole con un bastoncino di metallo con una sola mano mentre l’altra reggeva il tutto.

Un concetto minimale quanto efficace: ma difficilmente Flur avrebbe mai pensato che poi Afrika Bambaataa avrebbe concepito Planet Rock proprio su questo suono, campionando tra l’altro Trans europe express e usando anche parti di Numbers. Non avrebbe mai immaginato che negli anni duemila il sound di Computer World sarebbe diventato un microgenere a sé con a capo gente come Anthony Rother, che del concept uomo macchina avrebbe portato avanti le gesta, a volte anche in maniera manierista come mosso da un feticismo filologico assoluto per la band tedesca. Che, tra l’altro, è anche pioniera della Micromusic: nel brano epocale Pocket calculator, l’idea di usare i suoni di una calcolatrice Texas Instrument per farne il fulcro del pezzo è completamente toypop ante litteram, come anche l’idea di legare il tutto grazie al suono “antico” e rassicurante di uno Stylophone, curioso strumento del 1967, che produceva onde grazie ad una superficie metallica toccata da una penna. Trovato dai Nostri in una bottega musicale, il suo uso è a tutti gli effetti il primo esempio di modernariato musicale applicato.

Nella versione italiana, i Nostri recitano «se io spingo un bottone lui mi fa una canzone», ed è l’anticipazione della possibilità di produrre musica da oggetti portatili, come i telefoni cellulari, che sono a tutti gli effetti dei mini calcolatori. Perché in questo brano si ribalta il concetto insito nella title track: in questo caso l’uomo non è controllato ma controlla, con semplici ed ermetiche parole chiave e funzioni crea un intero mondo. Il sound del pezzo sembra sonorizzare un circuito scoperchiato, il classico approccio di un bambino che vuole smontare la macchina per vedere cosa c’è dentro. Nel caso dei Kraftwerk c’è sempre un’anima nelle macchine, mentre l’uomo recita sovente come fosse un robot: è tutto ribaltato. E se in Musica con il calcolatore di Zaripov all’epoca si parlava di “algoritmizzizazione” della musica sintetica e della melodia soggetta a regole matematiche del calcolatore, la sopracitata Numbers cade a fagiolo. Siamo quindi solo numeri in un mondo computerizzato? Probabilmente sì, ma come d’altronde anche nel mondo “normale”. E questo pezzo lo ribadisce, col suo basso fluttuante e astratto a descrivere perfettamente la rete, fatta di una babilonia culturale che però dice di base la stessa cosa: 1 – 2 – 3 – 4.

È qui, poi, che il sistema di trigger ideato dai Kraftwerk per mettere in comunicazione i loro strumenti ottiene un risultato di compattezza incredibile (oggi è possibile ottenerlo con roba come le Volca della Korg, anche qui scatolette minuscole che della band crucca riprendono la visionarietà rendendola di dominio pubblico), che sfocia nella seconda parte di Computer world: una coda composta da sintetizzatori vocali per non vedenti, aprendo al fatto che la tecnologia permetterà comunque di superare i limiti fisici, e tutti ne verranno coinvolti. Ma come sarà l’amore? Inutile dirlo: sarà a distanza, via chat, via Tinder, via webcam.

Computer love è tutto questo: l’uomo sarà pure alienato (la linea vocale parla chiaro) ma all’interno dei chip si sviluppa una melodia romantica e soave che ci dice che sì, il cuore batte ancora e si sposterà nelle dita, il sentimento nel silicone, ci si amerà probabilmente in uno specchio nero con l’illusione di avere l’“altro” di fronte. I Coldplay la ruberanno (chiaramente previa autorizzazione) per la loro hit Talk, che appunto alludeva a un certo tipo di isolazionismo emotivo. Isolazionismo e auto centrismo chiaramente esposto da Home Computer, che in tempi di “smart working” selvaggio, sembra scritta oggi. Pezzo che si sviluppa in maniera anche musicalmente drammatica, se vogliamo: a metà tra l’emozione del salto nel buio della creazione di codici e la chiusura a riccio dentro uno schermo protettivo.

Vero è che la programmazione domestica oggi è stata per gran parte sostituita da roba “ precotta”, in cui la passività dell’utente medio è più che palese: ecco perché qui sentiamo gli echi dei Clock DVA che verranno, quelli di The Hacker per l’appunto, in cui si sente l’epica dell’homo faber alle prese con una macchina da plasmare, esperienza quasi psichedelica, come sottolineato dalle esplosioni di gusto dei loop, piazzati come zone di trance temporaneamente autonome. Nell’ultimo brano appunto c’è l’invito a non lasciarsi manipolare dalla tecnologia: perché «It’s more fun to compute», appunto. È la Trans europe express del nuovo corso, si viaggia su nuovi binari, quelli di schede madri e microsaldature: tanto che appunto i Kraftwerk chiuderanno il loro periodo d’oro con lo splendido Electric cafè. Un disco sottovalutato che invece apre un’altra porta di fondamentale importanza paranoico critica, quella del mondo in alta definizione, attualmente replica del reale (come Electric cafè era infatti replica potenziata e ultratecnologica di Computer World).

Se nella corsa elettronica, dove si andrà a finire non è dato sapere, i Kraftwerk invece si sono formalmente fermati qui, abdicando a quell’efficace oscillazione tra analogico e digitale per un’effettiva virtualizzazione del tutto, nella quale la band non esiste praticamente più in quanto avatar di se stessa. Il loro canto del cigno vero è però Tour de France, nella sua versione “tutto compreso” del 2003, dove l’uomo ritorna al centro: lo sport, le sequenze del dna, il respiro e le sue frequenze, la macchina di carne e ossa. Vuoi vedere che il vero Computer World eravamo noi?

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