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Dopo il successo planetario di Man Machine del 1978 e Computer World del 1981, i Kraftwerk si prendono una lunga pausa. I due album avevano regalato al gruppo di Düsseldorf una tracklist invidiabile densa di pezzi iconici che gli aveva permesso di girare il mondo con un tour di enorme successo, consacrando la band all’eternità dell’immaginario pop in un equilibrio perfetto fra popular music e sperimentazione.

Dopo il tour Ralf e Florian sentono la necessità di tornare alle radici della fisicità per controbilanciare le sbornie interpersonali da tour e focalizzarsi su loro stessi ed il loro corpo. Lo fanno dedicandosi in maniera maniacale al ciclismo. Una scelta apparentemente anomala che tuttavia rispecchia quel concetto di lavoro rigoroso e instancabile che Ralf Hutter aveva imposto al gruppo dalle origini. La musica per lui è mezzo per far convivere l’analisi della realtà e quella disciplina da vero ‘robota’ che incarna perfettamente la sua ossessione per la continuità e la performance. Mentre il fido Florian Schneider lo segue nella sua imperturbabile serietà, gli altri due membri della band, Karl Bartos e Wolfgang Flur, non sono altrettanto convinti di questa scelta muscolare.

Nelle interviste ai due negli anni successivi emerge chiaramente che questo periodo di interregno fra la fine del tour (fine del 1981) e l’uscita di Electric Café (1986), vissuto in maniera straniante, li porterà alla successiva separazione dal gruppo. Dapprima c’è un’adesione alle scorribande a pedali con i due fondatori del gruppo, ma lentamente affiorerà una sempre crescente frustrazione per la carenza di impegno nel suonare con la stessa costanza degli inizi. Un altro elemento che contribuì allo scollamento del gruppo fu la fine del contratto di locazione che avevano nella casa dove vivevano assieme. L’unico punto di incontro restavano le grandi corse in bicicletta e il mitico Kling Klang Studio, il loro rifugio sonico dove potevano creare la loro musica. L’invasamento per il ciclismo stava però succhiando vitalità alla ricerca e lo stesso studio era stato letteralmente invaso da camere d’aria e pezzi di ricambio. Nonostante tutto, grazie all’apporto di Karl Bartos, nel 1983, uscì Tour de France, un singolo di grande successo, aiutato dall’ottimo lavoro del dj Francoise Kevorkian, che univa passato e presente del gruppo: elettronica pura, funk e ciclismo. Il singolo restò tale e non ci furono concept album a sostenerlo, contrariamente alla loro tradizione. L’LP arrivo solo nel 2003, Tour de France Soundtracks, un album debole nato più dalla voglia di Hutter di collaborare con il Tour de France vero e proprio (di cui fu sigla) che da un’ispirazione genuina. Lentamente però alcuni pezzi iniziavano a venire fuori, anche grazie all’apporto di Karl Bartos che si stava rivelando sempre più importante nell’economia melodica del gruppo. Si iniziò quindi ricablare lo studio, apporre modifiche tecniche e sperimentare nuovi suoni. L’era delle invenzioni tecnologiche di Flur, con le sue batterie autocostruite o del rapporto viscerale con i synth analogici, stava lasciando il posto a nuovi suoni.

Dal 1984 in poi, iniziò una nuova era della musica elettronica. Le sintesi analogiche venivano affiancate, se non soppiantate, da suoni campionati (PCM), da sintesi nuove come la FM della Yamaha o la distorsione di fase della Casio e tante altre. I Kraftwerk seppero cogliere queste opportunità abbracciando il digitale con fiducia senza però rendere completamente intellegibili le loro scelte. La capacità del gruppo di Düsseldorf di rendere originale ed eterno il loro sound è sempre stata unica, e questi nuovi brani ne erano l’ennesima conferma. Inizialmente il progetto si doveva chiamare Technicolor, accantonato per paura di problemi sul copyright; venne quindi proposto Technopop, probabilmente a certificare la loro capacità di rendere mainstream l’esplorazione musicale, ma anche questo neologismo, pur restando il titolo di uno dei brani, fu scartato in favore del più accogliente Electric Café.

L’album esce nel novembre del 1986 e non sfonda come i precedenti lavori del gruppo tedesco: il mondo della musica è cambiato e i suoni elettronici fanno ormai parte integrante del pop di quegli anni ammaliato dalla potenza espressiva e vitale della new wave inglese o dell’EBM belga. Gruppi come Human League, Depeche Mode, Heaven 17, Ultravox, Front 242, Cabaret Voltaire e tantissimi altri sono la colonna sonora degli adolescenti di quegli anni e anche il pop più mainstream ruba a piene mani dalle sonorità inventate dai Kraftwerk qualche tempo prima. Si tratta quindi più di percezione che di effettivo fallimento. Electric Café, risentito oggi, è un disco ancora bellissimo che si muove su diversi registri sonori facendo venire fuori le varie anime del gruppo.

L’album ha solo sei brani e dura in totale appena 35 minuti. I primi tre pezzi sono la magnifica evoluzione delle suggestioni electro-industriali di brani come Metal on metal e Numbers, ma rallentate. Una sorta di hip hop funk binario fra John Foxx e Mantronix. La sequenza Boing Boom Tschak, Techno Pop e Musique Non Stop resta una lezione di groove e sperimentazione come poche nella storia della musica pop. Ritmi metallici si intersecano con strutture melodiche essenziali, perfettamente inserite in un contesto sonoro futurista che ci restituisce l’immagine di un presente ormai iperindustriale e multietnico. In questa prima parte spicca la sublimazione della rivoluzione elettronica degli anni ’80 e la piena consapevolezza del cambiamento sociale in atto, ancora scevro dai pessimismi sociali a venire. Una sensazione che si completa nelle altre tre tracce dell’album, realizzate con l’apporto significativo di un ispiratissimo Bartos che si avventurano in dissertazioni seriose sul controllo (Sex object) e sul rapporto fra amore e comunicazione nel singolo più ballato di quell’album, ovvero Telephone call, l’unica canzone del gruppo di Düsseldorf cantata interamente da Karl Bartos. Chiude poi la title track ovvero Electric Café, forse il brano meno efficace dell’album che però rende chiaro il senso di appagamento dell’intero progetto, meno urgente di altri e che nasconde la scelta quasi inconscia del titolo: come all’interno di un bar si scambiano opinioni sincere ma fuggevoli, in questo album quattro persone ormai distanti cercano di divertirsi e divertire, con la consapevolezza che si lasceranno a breve.

E infatti poco dopo Flur lasciò il gruppo da cui si sentiva escluso, raggiunto a breve distanza da Bartos che non riusciva più a sostenere lo stallo creativo e la maniacalità di Hutter, ma questa è un’altra storia. Una storia che non toglie nulla alla bellezza di questa ultima testimonianza di un gruppo che ha fatto la Storia.

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