Recensioni

7.1

C’è qualcosa di frizzante, ingenuo e importante, di cinetico e bellicoso, che pervade Fenian. Qualcosa che si sta perdendo nell’hip hop, dove chi gridava ora è invischiato tra disillusioni, isolamento, introspezioni, guerre interiori che si frappongono a quelle esterne, o semplicemente bandiere bianche, passaggi di testimone, rese dei conti.

Per i Kneecap invece, arrendersi non sembra nemmeno contemplato, e la forza endemica del gruppo sta proprio in questo stare fermamente in piedi, in prima linea, a gridare. Nel post-post hip hop in cui ci troviamo, dove chi denuncia spesso lo fa attraverso distopie, giochi narrativi, astrattismo ed espressionismo, paesaggi languidi e visioni tormentate, Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaí rappresentano il più affascinante degli anacronismi possibili, incastonati in almeno quattro epoche diverse: il primo ’900, quando in Irlanda si sparava e si moriva per l’indipendenza; l’era del punk, in cui Sex Pistols e Clash definivano la protesta come “way of life”; i ’90 della Belfast post-Troubles, dove il microcosmo del rave era il più adatto a sublimare la controcultura e le frizioni ideologiche; e infine i giorni nostri, tra Trump, Netanyahu e Keir Starmer, tra Palestina e imperialismo, tra una democrazia che democrazia non è più e una risposta giovanile che, scazzata ed esausta, sta crescendo a dismisura.

In questa macchina fatta di passamontagna e terrorismo, sudore e aghi, anti-istituzionalismo e grida, la carica giovanile di Fenian esaspera ciò che i tre di Belfast sono sempre stati agli occhi di tutti: un mastodontico dito medio, che proprio l’anno scorso ha dato parecchio fastidio ai piani alti. Proprio qualche mese fa infatti, Mo Chara ha affrontato in tribunale una condanna per terrorismo, nata dopo che questi ha mostrato una bandiera di Hezbollah durante un live, vincendo poi la causa. Al trio è stato poi vietato l’ingresso in Ungheria per il loro atteggiamento “antisemita” (lo stesso è avvenuto in Canada). Sempre la scorsa estate infine, la BBC ha cancellato il live streaming della loro esibizione a Glastonbury, amplificandone di fatto viralità e potenza mediatica.

Insomma, è un gruppo che comodo non è, proprio per questa carica cinetica che impregna la loro musica dalle fondamenta. E su questa carica i tre ci spingono molto. Oggi sono voce di una generazione Trainspotting 3.0 (proprio come nel film di Boyle/romanzo di Welsh accusano le frizioni con l’Inghilterra e le repressioni del proprio milieu) e anti-imperialista, pregna di disagio, assuefatta alle ore notturne, licenziosa e frustrata, fottutamente punk.

Nel loro secondo album (il primo, lo ricordiamo, si chiamava Fine Art), il trio mescola influenze grime e rave — quindi spazi aperti e chiusi, disagio della strada e sua canalizzazione in piste da ballo e droghe sintetiche — aggiungendo richiami evidenti all’alt-rap d’oltreoceano (Clipping, Dälek e Death Grips vengono subito in mente), pur mantenendo come base le alchimie dell’UK rap di inizio secolo: qualcosa come un incrocio sbilenco tra Slowthai, Dizzee Rascal e Mike Skinner. Percorsi già intrapresi, che nel particolarissimo mix gaelico-inglese dei tre tuttavia, prendono pieghe peculiari, avvalorate ulteriormente dalla mano demiurgica di Dan Carey in camera di regia, che ricordiamo per aver plasmato il post-punk britannico e irlandese degli ultimi anni (Black Country New Road, Black Midi, Fontaines D.C. e Wet Leg in particolare).

Smugglers and Scholars, tra i singoli che ci hanno traghettato all’album, è un violento schiamazzo industrial su corruzione e dipendenza del governo irlandese dagli USA, un intruglio di synth cavernose e sabbiose ritmiche digitali; Carnival, con un ovattato impasto acid house, gioca invece in modo semi-ironico sui boicottaggi e sulle accuse sopracitate; Big Bad Mo, dal canto suo, è quella perfetta simbiosi nel rave: UK garage per strafatti di ecstasy e rivoluzionari scorbutici, un ballo del terrore dissociato e sorprendentemente efficace; Cocaine Hill, infine, abbassa le ritmiche esaltando uno splendido loop di chitarra, portando con sé la sfumatura più desolante e commossa del trio, rafforzata dalla collaborazione con Radie Peat dei Lankum.

Uso questi esempi, frammenti di un disco che vale molto di più come compatto manifesto di militanza, per delineare un’estetica spesso cacofonica e scorbutica, che fa del movimento un catalizzatore e una catarsi di rabbia e violenza, del grido una frustrazione che si trasforma in desiderio di cambiamento. Un’estetica che, guardandomi un po’ in giro, sembra essersi un po’ smarrita in un mondo che invece pare averne sempre più bisogno. E non saranno certo le vecchie generazioni a riaccendere la scintilla. Per questo il nuovo album dei Kneecap — che vivono sulla propria pelle il senso di una battaglia dopo l’altra, per un fine universale (con un brano come Palestine a rafforzare questa idea di pace senza confini) — non sarà il gioiellino per collezionisti di vinili, né il disco hip hop più sofisticato o rivoluzionario, ma mantiene vivo quel senso di speranza che stava alla base di tutta la doppia H anti-sistema. E che, magari, può ancora far alzare qualche bandiera in più.

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