Recensioni

Erano sei anni che King Khan non si faceva vivo con gli Shrines, i quali avevano lasciato spazio al sodalizio con il Bbq Mark Sultan per un ritorno al grezzume del rock’n’roll stampo ’90s. Poi dal 2009 una serie di sfortune, amici persi tra suicidi droga e malattie, ed ecco puntuale arrivare la depressione con conseguenti cure psichiatriche. Idle no more ha dunque il sapore della rinascita e del cambio di rotta, la trasformazione del negativo in positivo.
L’album esce per la Merge, anche questa una novità. Per l’etichetta americana dovremmo immaginarci un Roky Erickson che jamma con la Su Ra Arkestra o ancora un Wilson Pickett insieme ai Velvet Underground, discorsi che appaiono po’ esagerati. La realtà è che Idle no more è un disco curato, con canzoni in ottimo equilibrio tra la chitarra di Kahn e i fiati degli Shrines e con i piedi nel garage rock di sempre. C’è più gospel magari, nella ballata Pray for Lil ma ancora di più nella stupenda Darkness in cui King Kahn tira fuori tutta la sua abilità di crooner ed è il momento in cui si respira il sapore della confessione personale, del dolore che passa ma rimane sottopelle.
Il resto serve ad accertare la ritrovata forma del nostro ed è la scusa per tornare in scena tirando fuori dall’armadio stramberie in paillettes, parrucche e copricapi faraonici. Non vediamo l’ora.
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