Recensioni

Stavolta, Yorgos Lanthimos non ha avuto bisogno di usare i suoi classici fish eye. La realtà di Kinds of Kindness è già distorta di suo. Quello che all’apparenza è un film piccolo e di transizione, è in realtà un’opera che incarna il Lanthimos più vero, quello di Kynodontas ma anche de Il sacrificio del cervo sacro, tra umorismo dissacrante e tematiche già care al regista greco.
È sicuramente un Lanthimos diverso da quello di Povere Creature!, e non solo nella sua forma antologica. Il film, infatti, è composto da tre episodi sul tema della gentilezza, della sottomissione e del bisogno di sentirsi accettati. Le storie sono ambientate in una città senza nome e appaiono slegate tra di loro, ma come unico trait d’union c’è un misterioso personaggio, R.M.F. La forma episodica induce, troppo facilmente, a declassare Kinds of Kindness come “film minore”, eppure, pur non essendo ambizioso come l’opera che lo precede o La Favorita, questa pellicola riesce a intavolare un bestiario ricco di simboli, che stuzzica continuamente lo spettatore con ironia e amarezza.
Nel primo episodio, The Death of R.M.F., Robert lavora come sottoposto del mefistofelico Raymond, che controlla la sua vita in ogni singolo dettaglio: gli dice quando svegliarsi e fare sesso, gli dice chi sposare, di non avere figli, di leggere Anna Karenina. In cambio, Raymond lo premia con dei regali incredibili: una casa, una racchetta rotta da John McEnroe, l’ultimo casco di Ayrton Senna. Nel secondo, R.M.F. is Flying, Daniel è un poliziotto sposato con Liz, dispersa su un’isola deserta. Quando la moglie torna a casa, lui si convince che quella non è la sua vera moglie e comincia a chiedergli dei “sacrifici”, come il suo pollice o il suo fegato. Nel terzo e ultimo racconto, R.M.F. eats a Sandwich, Emily e Andrew sono due adepti di una setta che sta cercando un nuovo leader spirituale: il requisito fondamentale è che sappia resuscitare i morti. In tutti gli episodi appaiono, in ruoli diversi, Emma Stone, Jesse Plemons, Willem Dafoe, Margaret Qualley, Hong Chau, Joe Alwyn e Mamoudou Athie.

Che sia nei rapporti amorosi, in quelli di lavoro o delle associazioni religiose, è chiaro che Lanthimos torna a riflettere su una tematica a lui cara, quella del potere, che qui si configura come sopraffazione mascherata da gentilezza. Ma se nel precedente Poor Things! la protagonista riusciva, alla fine, a ribaltare la sua situazione iniziale e a trovare un riscatto, pur ristabilendo (più o meno) le dinamiche di cui all’inizio era vittima, a Kinds of Kindness non interessa trovare un lieto fine. È, anzi, un film che deride le convenzioni sociali ma senza offrirne una via d’uscita. Lanthimos osserva il cadavere della società da lontano, fa un sogghigno e accende la musica. Ad arricchire la colonna sonora del fidato compositore Jerskin Fendrix, infatti, ci sono anche pezzi pop come Sweet Dreams (are made of this) degli Eurythmics e Brand New Bitch di COBRAH, quest’ultimo un brano di una rapper svedese che accompagna lo strano balletto di Emma Stone alla fine del film e parla, non a caso, di corpi e sesso.
Il corpo, anche qui come in tutti gli altri film di Lanthimos, è il luogo dove si gioca la partita del potere. Corpo e potere sono insomma due ossessioni del regista greco, che a questo giro torna a collaborare con il direttore della fotografia Robbie Ryan, il montatore Yorgos Mavropsaridis e lo sceneggiatore Efthimis Filippouin. Quello che rende diverso Kinds of Kindness dai suoi ultimi film è sicuramente un approccio diverso alla regia, che predilige pochi manierismi, un’illuminazione naturale e una musica meno assordante e meno invadente. A spezzare la scena sono soltanto i brevi frammenti onirici, incubi dentro all’incubo che sottolineano il carattere assurdo delle storie (del resto, lo canta anche Annie Lennox all’inizio del film: Sweet dreams are made of this […] Some of them want to abuse you / Some of them want to be abused, versi che descrivono molto bene, tra l’altro, le trame degli episodi).
L’episodio migliore è probabilmente il terzo, soprattutto in termini di tensione narrativa. E poi il tema, quello delle sette religiose, non è nuovo nella filmografia di Lanthimos: anzi, in molti gruppi comunitari che si presentano nelle sue storie, che siano i single di The Lobster o le famiglie in Kynodontas e Il sacrificio del cervo sacro, ricorre una struttura relazionale che ricorda molto quelle delle associazioni religiose estremiste, tra sudditanza, misticismo e rapporti tossici. Nulla da eccepire sulle performance attoriali, ma il premio a Cannes a Jesse Plemons forse è stato un po’ troppo.
In conclusione, si può dire che Kinds of Kindness amplia le riflessioni portate già avanti dal regista greco nel corso dei suoi ultimi film. È un’opera di transizione, ma non per questo va licenziata frettolosamente come minore. Ci conferma, se non altro, che Yorgos Lanthimos è un regista unico nel suo genere.
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