Recensioni

7.1

Difficile orientarsi nel mondo sonoro di Kevin Martin, fatto com’è di eruzioni magmatiche a ciclo continuo. Cambia veste, contorni, compagni, ma continua a sgorgare imperterrito, ribollente e vivo. Facciamo un punto della situazione, un bollettino sismico se vogliamo: lo abbiamo lasciato su queste pagine con l’ultima prova a firma The Bug, insieme a Dis Fig, In Blue. Uscito nell’anno (oramai dovremmo dire: nel primo anno) della pandemia il disco si inseriva, anche, in una prolifica verve creativa stimolata – supponiamo, supponenti – dall’isolamento. Tra un nuovo EP a nome King Midas Sound (insieme a Roger Robinson), una coppia (Red Rhythms 1 e 2) firmata The Bug e almeno un’altra mezza dozzina di uscite “a titolo personale”, l’anno accademico 20/21 ha significato un’abbondante quantità di eventi eruttivi per il grosso vulcano britannico.

White Light / Red Light dunque, come occasione per analizzare lo stato dell’arte. Due dischi che fanno della sfocatura protagonista in copertina un tratto portante, inseriti nel filone del Martin più affascinato dalle fluttuazioni del suono e dai droni, dall’esasperata fuga da una qualsiasi parvenza di melodia. Il tema allora riparte e continua dalla serie Frequencies for Leaving Earth (cinque episodi) uscita sempre sulla sua Intercranial tra giugno e agosto e da Sedatives, mantra sbrodolante imperfezioni e corposità su paesaggi ambient altrimenti asettici, losciliani. Ma d’altra parte il Nostro ha sempre idolatrato il basso nel petto, la vibrazione che scuote e attraversa la carne, la musica come esperienza quanto mai tangibile. E l’esplorazione del doppio lavoro qui scelto come punto di coagulazione (anzi: solidificazione, restando sulla metafora) parte da un suono – quello del sassofono – per arrivare alla sua ombra slavata da un sole velato. È sempre un sole pallido, un presente distopico che – evidentemente – ci siamo ritrovati a vivere, quello che illumina le composizioni dei due dischi. Luci, ombre, mantra: il salto in una qualche spiritualità di sorta è a portata d’orecchio in questa veste intima intrapresa da Martin.

Alla ricerca, in questo doppio disco, dell’anima del suo sassofono, The Bug si avventura in pa(es)saggi che nell’episodio bianco sembrano vagiti che si perdono nell’universo (Fall For You), abbozzando frasi che non trovano mai soluzione se non nella ripetizione; ma sanno anche regalare squarci di inaspettata leggerezza ambient nella conclusiva Float Away, dove il sax scompare completamente diventando impalpabile. Contraltare perfetto, nell’episodio rosso – più inquieto, per quanto possibile – è una traccia come Numb, puntinista e che pare un temporale in lontananza. Questa sensazione soffocata e strisciante è paradigmatica di Red Lightil disco più contratto dei due, quello più vicino alle estreme degenerazioni del Caretaker di EATEOT, o – superfluo persino citarlo – dei loops di Basinski (che sembrano ricevere dalla critica musicale lo stesso trattamento alla base della loro stessa genesi, in un continuo di citazioni che ne deteriorano l’anima).

Questo corso atmosferico e ambient di Martin, insomma, regala anche prospettive meditabonde sull’epoca durissima che stiamo attraversando: da parte di uno che da sempre macina e mastica musica, quanto di più vicino a comfort zones sonore nelle quali abbandonarci con l’illusione – che resta tale, sopraffatta da un’anima cupa che è anche quella del mondo – di riuscire ad evadere.

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