Recensioni

Sette dischi in nove anni: un traguardo ragguardevole, che farebbe anche stupore non fosse che, per certi cantautori, essere prolifici un tempo era la norma. Lo sappiamo: aprire una recensione nominando subito Bob Dylan, Neil Young e Lou Reed può sembrare la solita iperbole non necessaria ma, dovete crederci, non riusciamo a pensare ad altro di simile. Kevin Morby è una sorgente continua: non si limita a scrivere canzoni, sono le canzoni che sembrano scaturire naturalmente da lui. Qualcun altro potrebbe dire che si tratta, semplicemente, dell’inarrestabile e incontrollabile abilità/necessità di raccontare: la vita, intorno, dentro, fuori di noi.
This Is A Photograph nasce così, dall’aver assistito, impotente, a un banale malore del padre una sera a cena e, colmo di terrore e di apprensione nel sentire per la prima volta così vicina la possibilità della perdita, ritrovarsi a sfogliare delle vecchie foto di famiglia. Una, in particolare, scattata nell’anno di nascita di Kevin, quando Morby Sr. aveva l’età che lui ha adesso e guardava fiero, dritto nell’obiettivo, con l’occhio di chi è capace di prendersi il mondo, se lo vuole. “This is what I’ll miss after I die”.
C’è un preciso momento dell’età adulta, di solito passati i trent’anni, in cui i nostri genitori diventano noi e noi diventiamo loro. E ci accorgiamo che la vera lotta, la vera sfida è quella contro il tempo che passa. Il tempo è “un campione dei pesi massimi, che ti ride in faccia e danza di fronte a te come Sugar Ray Robinson”. L’unico modo per provare, illusoriamente, a vincere la sfida è fermare il tempo, fissarlo in un’istantanea. Una finestra sul passato (“a window to the past”). Una foto, una canzone. Un disco intero.
Tracciate queste linee nel manifesto della sorprendente title track – una frase di chitarra ossessiva e ripetuta, uno spoken word che si snoda sospeso tra qualche parte tra Gil Scott Heron, Beck e un predicatore del Sud, un arrangiamento in crescendo che muta il folk in un groove irresistibile – il disco si dipana, coerentemente, su territori ormai familiari, ma con un’ambizione e una mira tutte nuove, tanto nella scrittura quanto nelle orchestrazioni (alla produzione torna Sam Cohen).
A suo modo, This Is A Photograph è un concept come lo erano stati, in senso lato, City Music (il rock and roll urbano), Oh My God (visioni para-gospel), Sundowner (il rifugio nell’America rurale). Se lo scorrere del tempo ritorna, ciclico, in It’s Over e nella conclusiva Goodbye To The Good Times (con protagonisti, oltre ai familiari, Otis Redding e Diane Lane), il luogo – ideale e concreto – per queste riflessioni è l’agrodolce Tennessee, meta di un pellegrinaggio reale dalle rive del Mississippi ai leggendari Sun Studios di Memphis, dove parte dell’album è stato registrato.
Il trittico Bittersweet TN, Disappearing e A Coat Of Butterflies è il cuore del disco: un viaggio onirico che indugia, in modo toccante, sull’epilogo della vicenda umana di Jeff Buckley (“If you go down to Memphis, please don’t go swimming in the Mississippi river / if you must, if you do / take off your jacket and take off your boots”), reimmaginando le acque torbide che ne avvolgono, angelicamente, il corpo tra una rievocazione di Whole Lotta Love (la canzone che, si dice, cantasse nuotando prima di essere inghiottito dal gorgo fatale) e immagini che scorrono ipnotiche in flusso di coscienza, accompagnate da dettagli di arrangiamento per nulla secondari (riverberi, cori femminili, suoni d’ambiente, un’arpa, un sax, tocchi minimali di piano, archi, settime…).
L’affresco lirico e sonico, insomma, si arricchisce e si fa denso e profondo come non mai. L’accorata A Random Act Of Kindness, che cresce e si gonfia ed esplode catartica, è probabilmente il segno più significativo delle ambizioni alte ed ecumeniche – diremmo, pop? – di questo settimo capitolo della saga Morby, laddove lo slack-rock che così bene gli è sempre riuscito è limitato alla contagiosissima Rock Bottom e ai suoi “bop-bop”, singolo (e video) ultracatchy e spassoso, dedicato in realtà alla buonanima di Jay Reatard, un altro che se ne è andato troppo presto (tema, quello degli assenti, ormai topico nella scrittura del Nostro).
Se non si è nuovi al mondo cantautore texano si potrebbe obiettare come, in un modo o nell’altro, tutti gli elementi caratterizzanti di questo lavoro fossero già presenti nelle prove passate. Basti la splendida Five Easy Pieces (che apre come Jealous Guy “I was dreaming of the past”e poi si chiede, amletica, “how do you a make a bad time last?”) e il suo svolgimento minimale fino a raggiungere un estatico soul, per capire come Morby sia contemporaneamente nello stesso posto di sempre e in tanti, nuovi posti. Che è esattamente quello che si chiede e aspetta da un grande cantautore, come quelli che abbiamo citato in apertura (o, se vi garba un parallelo meno consueto, il dimenticato Elvis Perkins di Ash Wednesday). Sette dischi in nove anni, si diceva. Tra qualche tempo, guarderemo a questo corpus di lavori come a quello di quegli altri mostri sacri. Forse, è il caso di farlo già da adesso.
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