Recensioni

C’è un sogno ricorrente che sembra ossessionare il giovane seppur non più esordiente Kevin Morby: trasvolare le città osservandole dall’alto, godersi i dettagli, smarrirsi negli sguardi dei passanti fino a tornare ad essere lui stesso parte di quell’incessante vorticare. Proprio perché da sempre la city riesce ad aprire squarci nell’immaginario degli osservatori, con i suoi angoli bui, le scorciatoie, i vicoli ciechi ma anche i salvifici punti di fuga. City Music, che verrebbe da tradurre letteralmente con «musica della città», è in fondo un omaggio a cuore aperto a tutti quei luoghi che hanno connotato i circa trent’anni di vita dell’artista texano: Detroit, Tulsa, Oklahoma City, Kansas City, passando per New York ed infine Los Angeles. Tutte tappe necessarie nell’estenuante peregrinare di questo vagabondo delle stelle.
Uno scrutarsi dentro per ritrovare parte di quell’universo sempre in sovraesposizione e di cui il Nostro sembra avvertire la necessità di delineare i confini precisi. Così dell’artwork bucolico del predecessore Singin Saw resta poco o nulla, anzi a cambiare sono gli spazi, i luoghi, i tempi d’azione. È il trionfo di una fervente introspezione (anche l’immaginario visivo dei vari clip sembra muoversi in questa direzione), con camere d’albergo a far da cornice o abitacoli d’auto da cui godersi i panorami urbani. Inevitabilmente a subirne fascinazione è lo stesso approccio sonoro, sempre votato ad un imprinting di stampo folk ma che si autoalimenta di citazioni, rimandi e calibrate cover, utili ancora una volta a fornire il peso specifico di questa nuova prova.
Inevitabile dunque ritrovarsi a citare Dylan, paragone di cui si è abusato fin dagli esordi da solista del musicista, magari proprio per quella capacità di costruire con versi sguscianti ed accordi in minore piccoli racconti del quotidiano, oppure per la riscoperta voglia di trasporre in musica (micro)mondi letterari, come avviene in Flannery, breve lettura di un amico di Morby estratta dal romanzo di O’Connor, The Violent Bear It Away, ambientato con tutta la sua potenza nel sud degli Stati Uniti. Una sorta di climax che potremmo definire emotivo e che ti trascina tra i viottoli irregolari di City Music: prendete ad esempio Aboard My Train, fulgido omaggio alla dylaniana Forever Young, o (restando in tema d’omaggi) la struggente ballad Caught In My Eye, direttamente scarnificata dal repertorio dei Germs, soffermandovi ancora sui pruriti surf rock di 1234 – ritorno di fiamma di quella People Who Died della Jim Carroll Band – e avrete la cartina tornasole di un disco accessibile nella forma (sempre estremamente centrati arrangiamenti e traiettorie sonore) ma complesso nei contenuti.
Ma le città di Morby sono vive e non si limitano a fungere da semplice espediente. Immense, voraci, ognuna dotata di una propria naturale vibrazione/inclinazione, ognuna con un suono preciso e distinguibile. Così City Music sveste i panni di manifesto folk del nuovo millennio per sfumare in tonalità tendenti alla tradizione rock-blues made in USA (la magnifica Come To Me Now), nel soul-gospel di Dry Your Eyes, nella lezione psych-folk figlia della East Coast dei Woods e in una tavolozza di colori mai così ricca ma che lascia ugualmente spazio a tonalità tendenti al grigio negli anfratti dove è l’esprit loureediano a dettare i tempi (Cry Baby). Profili di città che si confondono con tramonti infuocati e che sono costretti ancora una volta a inchinarsi alla maestria di un artista deciso a lasciare un segno profondo nel panorama contemporaneo. Una cosa che gli riesce del tutto naturale, senza dover ricorrere ad eccessi à la DeMarco o all’ostinata misantropia in chiave Conor Oberst. Se Singing Saw lo avevamo salutato come «un treno che taglia da ovest ad est gli Stati Uniti e che passa dalla solitudine degli spazi rurali, alla vivacità cosmopolita delle grandi metropoli, nutrendosi di piccole avventure» (recensione di Marco Frattaruolo), in City Music è lo stesso artista a diventare fulcro della narrazione, adombrandosi e splendendo a seconda delle proprie necessità. Un album che conferma quanto di buono costruito fino ad oggi dal folker texano e che siamo sicuri ritroveremo con piacere nelle amate/odiate classifiche dei migliori album dell’annata.
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