Recensioni

Dopo un esordio che aveva fatto gridare al prodigio e un secondo lavoro ben architettato che spingeva forte anche sul gas delle ritmiche orientate al club, Kelly Lee Owens sceglie di saltare in blocco ogni aspettativa sul terzo disco, uscendo direttamente con il numero 8.
A ben guardare, forse con la lente di chi vuol legger sottotesti a ogni costo, la scelta è tutt’altro che casuale: sottrarsi alle aspettative, spiazzare già da un titolo didascalico ma inaspettato. Perché nei fatti questo lavoro della produttrice gallese va in una direzione per certi aspetti impensabile rispetto al precedente Inner Song, che a livello di critica era stato nel complesso osannato. Anziché insistere su quello che di fatto era un ben riuscito amalgama tra vocalità dreamy e suggestioni clubbose, motivo di effettiva consacrazione ai limiti del mainstream, Owens fugge. In copertina c’è sempre lei, ancora una volta in bianco e nero, ma lei fugge metaforicamente e fugge fisicamente.
Trasferitasi temporaneamente a Oslo, ha trovato in Lasse Marhaug un compagno di avventure per espandere il proprio suono in una direzione più dilatata. Marhaug, noto noiser che ha collaborato con – citiamo un nome – i Sunn O))), ha assecondato le derive più detritiche e industriali del suono della Nostra, lasciate qui ad asciugare su un terreno vocale che – questo sì derivando dal precedente lavoro – incontra la leggerezza quasi ridondante di una Enya – ed è esplicita ammissione di Owens. Il disco è co-scritto e co-prodotto dai due, per dare un’idea dell’importanza di questa comunione.
Release inaugura come una dichiarazione di intenti che tra hi hat super compressi e bassi cupi guarda a Andy Stott: ma è un inganno. Perché il disco non si svilupperà in quella direzione, scegliendo il calore della tensione piuttosto che quello delle esplosioni. Voices perpetra ancora per qualche minuto l’illusione, ma a partire da Anadlu veniamo trascinati in un vortice che ora ha il sapore degli anthem di memoria M83, ora incontra la sopracitata Enya in un prato di grilli digitali (la riedizione di S.O.), o sussurrando nenie glossolaliche (Olga). È il pianoforte di Nana Piano ad accompagnare il lavoro in una seconda metà ancora più rarefatta – l’apice nell’astrazione quasi new age di Quickening, sulla quale Owens sussurra uno spoken word filosofico – che arriva a esplicitare la tensione nelle frasi che concludono Sonic 8: «this is an emergency, this is a wake up call, what are you gonna do about it?».
Il mondo è al collasso, la pandemia lo ha esplicitato in maniera inequivocabile, la fuga di Owens non è escapismo fine a sé stesso. È, certo, parte di un percorso personale, coinciso per altro con le difficoltà di andare in tour in seguito alla Brexit, animato da un desiderio di sperimentare e di evolvere. In queste nove tracce KLO abita la contemporaneità osservandola dall’esterno di una calma artica. È qui, d’altronde, che gli effetti della crisi climatica del tardo antropocene si fanno più visibili.
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