Owens
Kelly Lee Owens, still dal clip di “Corner Of My Sky”

Kelly Lee Owens. Stop al tour in Europa: “il post-brexit sta causando danni enormi alla musica live e alle persone”

L'artista gallese parla delle difficoltà e della sostenibilità della vita in tour post-Brexit ma anche di un problema strutturale e che ha naturalmente a che fare con il music business nell'era dello streaming

In una recente intervista concessa a NME, Kelly Lee Owens ha parlato dell’incertezza provocata dagli accordi post-Brexit, dello stress causato dalla pandemia e di un problema più profondo e strutturale che riguarda tutti i musicisti, in particolare quelli emergenti. Condizioni che l’hanno portata a cancellare il tour europeo.

La gente pensa che sia l’ansia la ragione per la quale non voglio fare questo tour, ma il problema è un altro. Oltre al caos dovuto alla politica e alla pandemia viviamo in un sistema di cose per il quale il touring incessante è diventato l’unico modo – soprattutto per i “pesci piccoli” – di sopravvivere allo streaming selvaggio e alle sue conseguenze

Potersi permettere un tour, specie con una band di cinque o sei elementi (più crew al seguito) non è per tutti, districarsi tra la burocrazia dei visti da ottenere separatamente da ogni singolo Paese, complesso e stressante. E quali scenari si profilano all’orizzonte per gli artisti britannici emergenti, per chi non ha ancora neppure formato un gruppo? Si chiede la Owens.

Al di là delle inevitabili preoccupazioni e tensioni individuali sulla propria carriera che ognuna e ognuno si troverà a affrontare, c’è un intero settore che rischia il collasso. E per questo la producer gallese non lesina critiche al governo britannico, le stesse espresse da Damon Albarn qualche mese fa: «Questo governo ha continuamente costretto le persone all’austerità e alla mera sopravvivenza. Non si sono mai occupati dell’arte. A loro non serve avere voci che prosperano, in particolare quelle di persone che molto probabilmente non li appoggiano».

Già molti promoter europei hanno annunciato un calo dei concerti di artisti britannici a causa della situazione. Ma le preoccupazioni riguardano anche i visti statunitensi, ad esempio, la difficoltà per gli artisti di dimostrare una “rilevanza internazionale” necessaria al conseguimento del permesso.

Kelly Lee Owens, reduce dal secondo disco Inner Song, che l’anno scorso confermava le belle parole spese sull’esordio omonimo (recensioni rispettivamente di Luigi Lupo e Riccardo Zagaglia), ha sollevato un tema che, in vista dell’uscita dal tunnel della pandemia, sembra farsi ancora più ingombrante.

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