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Solito trafficare con ambienti sonori più estremi – vedi alla voce split con Merzbow, Maurizio Bianchi e K.K. Null, se si parla del Cris X in solo, oppure la purtroppo estinta esperienza Lendormin, di cui si recupera velatamente l’atteggiamento sperimentale in ambiti “jazz” –, il romano Cristiano Luciani annulla le distanze con l’amato Giappone e torna in coppia con la cantante e performer Keiko Higuchi. Registrato in modalità impro nel lontano 2010 e rodato live nel Sol Levante nella primavera scorsa, Melt sembra giocarsi sul filo dell’incontro/scontro tra personalità, background e sentire musicale. In questo senso i due, nel tentativo di fondere appieno i propri percorsi musicali, si “scambiano”, rivisitandoli, anche scampoli dei propri passati: una Sister presente in forme diverse nell’ultimo lavoro della Higuchi, (Ephemeral As Petals, Utech 2013) con proprio Luciani alla batteria e synth; una In Obscurity tratta dallo split citato con Merzbow in cui canto e piano sono ed erano della giapponese.
E su quei canovacci labili, su quell’annusarsi elegiacamente nel tentativo di trovare una via di fuga ad una poetica comune, si posiziona l’intero Melt: voce e pochi, calibrati ed evocativi rintocchi di piano per Keiko, elettronica, field recordings, samples, una slide-guitar per Cris; pochi, essenziali elementi che riescono a creare paesaggi sonori di notevole intensità e profondità, innervati da una fusione sublime tra i due (il lavoro di Cris X è magistrale nel “seguire” la collega, cucendole addosso frattali sonori ad ampio spettro: ambient, noise, glitch, ecc.) e mossi da una passione molto equilibrata, diafana per certi versi e fortemente “nippo” (e qui è Keiko a guidare quasi in maniera “zen” gli sviluppi sonori). Roba che non deraglia, insomma, nemmeno nei momenti più accesi – una Sister/You Left Me So Insane in cui Keiko se la gioca alla pari con la Diamanda Galas meno ferina – così come in quelli più intensi e desertici – la conclusiva, immaginifica Melt: blues per sottrazione, estasi per macerazione – ma mantiene sempre la barra dritta, verso una sorta di “blues” catatonico o catacombale, fatto di sospiri e soffi, penombre e interstizi, assenze e fruscii (l’iniziale Ceaseless/Do You Care? è paradigmatica per certi versi) in cui la dimensione onirica prende spesso il sopravvento senza risultare “già nota”.
Un lavoro pregevolissimo, dunque, in grado di costruire atmosfere evocative e suggestioni oscure e fiammeggianti, proprio come nella bellissima cover.
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