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75

L’attacco di Debris, la canzone che dà il titolo a questo album d’esordio della ballerina, attrice e musicista inglese Keeley Forsyth, è di tale magmatica intensità che la mente viaggia immediatamente verso i lidi che furono del maturo, ultimo Scott Walker. Quel livido e vivido sentire, quelle atmosfere plumbee, quel dolore che si fa vivo e persistente, quella dimensione onirica ma materica e tangibile che si appiccica addosso e trascina in un gorgo che sapevamo esistere dentro di noi ma che avevamo tentato di rimuovere, incuranti di tutto, per parte della nostra esistenza. Roba che tocca le corde più profonde dell’animo di chi ascolta.

Non a caso la Forsyth parla delle canzoni di questo tanto sorprendente quanto inatteso debutto (stando alla press, dopo anni di scrittura privata, l’incontro con Matthew Bourne porta l’artista inglese ad aprirsi al mondo in una sorta di esorcismo interiore per fuggire da una dolorosa malattia psico-fisica) come di «blocks of metal that drop from the sky», per sottolineare la sensazione insieme di pesantezza e fluidità, un mix di densità ed etereo, di consistenza e volatilità. Sia come sia, c’è un senso di malinconia e di struggente semplicità in questa mezzora che lascia basiti di fronte a tanta inattesa bellezza: detto dell’opening track, il resto dell’album è sì più vario, ma sempre tagliato sul minimale, costruito intorno a poche note e pochi strumenti ma dall’impatto fortissimo nella sua semplicità: autunnal-interiore, per intenderci, il mood, e seppiata la tavolozza di colori, con l’intero disco che si configura come un elegante agglomerato di struggimento e malinconia e fragilità e sofferenza.

Se la conclusiva Start Again, seppur costruita su un mood alla Cure altezza The Forest, sembra gettare una falce di luce, non proprio di speranza ma quantomeno di apertura, a testimonianza del superamento della fase di cui sopra, il drone sottocutaneo della confessione a cuore aperto di Lost o della sofferta Butterfly, l’atmosfera raffinatamente eterea di Look To Yourself o ancora l’elegia sofferta di It’s Raining e la stasi apparente ma increspata di Large Oak ci dicono di un album intimo ed intimista che compie un percorso dentro quella sofferenza, in quell’annientamento/annullamento e in quella “rinascita”, in cui saranno in molti a ritrovarsi. O a perdersi, it depends.

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