Recensioni

Sin dalle prime anticipazioni risalenti alla fine dello scorso anno, Kee Avil si è rivelata immediatamente capace di colpire l’attenzione. La musicista canadese, Vicky Mettler all’anagrafe, in precedenza alle sei corde all’interno del collettivo Land Of Kush, afferma che il songwriting, per lei, è come la scultura. Ogni traccia di questo suo album d’esordio, arrivato dopo un omonimo EP, è stata modellata da un’idea, che fosse sonora, emotiva o testuale, oppure viceversa sbucciata da ciò che la avvolgeva in origine.
Viene subito in mente PJ Harvey, appassionata dalla gioventù di scultura, e non a caso l’artista è tra le influenze dichiarate, assieme a Scott Walker, Fiona Apple, Juana Molina, Eartheater, Grouper, Autechre, Björk, Matmos e via proseguendo. C’è infatti una certa ruvidezza di fondo (la diretta interessata conferma: «Mi piacciono le sculture grezze e instabili»), ma come si sarà immediatamente capito dai nomi tirati in ballo poco sopra, c’è anche una propulsione netta verso la decostruzione e verso una sperimentazione arty al contempo cristallina e il più materica possibile.
Prodotto da Mettler assieme a Zachary Scholes al Concrete Sound Studio, che lei stessa ha peraltro co-fondato, e in seguito masterizzato da Guy Hébert al Concrete Mastering, sempre in quel di Montréal, e marchiato dal sigillo di garanzia di Constellation, Crease non è un lavoro facilmente inquadrabile, anzi può sfiancare il fruitore per quanto confonde ogni univoca messa a fuoco e per quanto eleva al massimo il tasso lirico di angoscia. Va in una direzione, sterza, se ne allontana, spinge altrove, torna indietro, si avvita. In una personale galleria delle cere di musica in tormentato divenire. Gli strumenti a disposizione sono chitarre post-punk, elettronica e micro-sample sia organici sia digitali, al servizio della forma-canzone e dell’abbattimento però di ogni forma data, grazie a una visione tanto da chitarrista-cantante dal background improvvisativo quanto da producer amante della dimensione di studio-laboratorio. Lo scalpello affonda nell’avant-rock e, come da cartella stampa, tira fuori schegge «dark ambient, electro industrial e minimal-techno».
Non si capisce mai fino in fondo se questi dieci brani, intriganti crimini dal futuro, siano stati plasmati per terrorizzare o per incantare chi ascolta. See, My Shadow, tra piani e batterie programmati, è una danza claustrofobica, al crocevia tra Rid Of Me e Gazelle Twin. Proprio come l’inglese Gazelle Twin, pseudonimo di Elizabeth Bernholz, Kee Avil aggiunge alle proprie armi l’uso destabilizzante della voce, pulita, virtuosa e quasi confessionale, eppure enigmatica e inquietante. «I am not real», intona nella medesima See, My Shadow, quasi a oltrepassare l’uso canonico dei cinque sensi, come confermato dalle immagini promozionali (le foto dell’artwork sono di Lawrence Fafard), con il volto celato da una sorta di maschera disegnata – volutamente male – a mano (da Ariane Paradis), semi-umana, se non anti-umana. «See my shadow / You’ve misdrawn / My marbled eyes / Dusty brown».
saf sembra una ballad ma è un bolo di dolore, Drying e Melting Snow procedono tra fantasmi digitali e cupezza minimale, And I arpeggia apocalissi interiori. Okra Ooze, vischiosa, ci rassicura così: «What’s left to die isn’t worst than what’s never born». I too, Bury seppellisce tutto sotto ai tasti e Devil’s Sweet Tooth inserisce con crudezza gli archi in una carne ridotta ormai a brandelli. In conclusione, troviamo HHHH e Gone Again, due haiku sonori in realtà senza pietà. Il primo: «Don’t feed me / Don’t feed ice to the cold». Il secondo: «What I’ve done, you’ll never guess / Before you know, I’ll be gone again».
Non sappiamo bene cosa abbia fatto Kee Avil in Crease, già tra i dischi dell’anno in corso, ma abbiamo come il sospetto che, sì, prima di scoprirlo, se ne sarà già andata, avrà già abbandonato le sembianze attuali per ripresentarsi in altro modo, irriconoscibilmente rigenerata in una nuova, imperdibile auto-installazione.
Amazon
