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7.5

Con Pastoral del 2018, Elizabeth Bernholz aka Gazelle Twin aveva scientemente preso una deriva, neanche a dirlo, pastorale e lisergica. Era un primo passo verso una nuova alba new weird, che riprende qui ed ora nella intricata ramificazione british del nuovo Deep England: ricostruzione, rielaborazione e dissoluzione proprio di Pastoral, con l’aiuto del ensemble elettro-ambient Nix, sulle tracce di una prima stesura live tenuta nel 2019.

Il new weird di Gazelle Twin affonda le radici in un passato sacro e pagano di stampo prettamente albionico indugiando con evidente compiacimento nell’effettistica drammaturgica. È un lavoro che compie un percorso esaltato lungo tutto lo spettro psichedelico andando a collidere con la liturgia nera dei Throbbing Gristle e mimetizzando al suo interno un discorso dichiaratamente politico, giacché il titolo riprende le parole dell’accademico Patrick Wright e quello che una volta definì deep-frozen English nationalism.

Il piatto forte, ovviamente, sta nella raffigurazione folk horror come se fosse l’ultimo capitolo di un romanzo fiume che sembra raccontare sempre la stessa storia ma con protagonisti ancora una volta diversi. L’inizio minimal zen di Glory lascerebbe quasi intendere che una pacificazione terrena è possibile, ma come spesso accade non è altro che una falsa partenza. Ombre di Dead Can Dance e Lisa Gerrard (con i dovuti distinguo…) aprono alla maniera di The Host Of Seraphim, ma il sacro va a braccetto con il pagano e le voci stregonesche della delirante Folly, trattate e ritrattate dal missaggio di Marta Salogni, indicano la possibile esistenza di nuovi Witch Cults of the Radio Age. Non a caso viene ripresa la nenia di Fire Leap direttamente da The Wicker Man in una maniera che se possibile aggiunge ulteriore appeal dark con evidente gusto retro-occultista alla maniera dei Demdike Stare.

Tutto questo indugiare nell’immaginario horror inglese, fatto di streghe, maledizioni e uomini di vimini aggiunge un ulteriore piano di lettura al corto circuito culturale a cui sembra andare dietro Gazelle Twin, nel  momento storico in cui l’Inghilterra si chiude in se stessa. Nessuno come gli inglesi sembra vivere con difficoltà il dialogo impossibile tra modernismo contemporaneo delle metropoli e l’arcaico afflato tradizionale delle province rurali, e l’escapisco anarcoide di Deep England fa presto a trasformarsi in un bad trip. Tutta la seconda parte del disco, da Throne in poi, manda in gloria i suoi autori tra sinistri mari dark ambient e teatrini liturgici con animali antropomorfi, attraverso un uso straordinario delle voci.

Le tracce vocali hanno sempre un doppio registro. Il coro delle voci gioca sia di corredo che di sostanza, alternando mantra tibetani e trenodie liturgiche dal taglio medioevale, spesso inscenando veri e propri dialoghi teatrali che risentono con ogni evidenza della performance live. L’esempio perfetto di tutto questo sta nella conclusiva Golden Dawn, dove un baritono maschile instaura un dialogo con le voci femminili, prima che tutto si distorca nel missaggio e nel silenzio finale.

Deep England è un lavoro che gioca con successo su molti livelli, sintetizzando il momento culturale inglese contemporaneo ed esaltandosi della sua ambience neo gotica. Il viaggio di Alice non è mai stato più acido e orribile.

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