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7.5

Waiting Room è il debutto su The Flenser di Kathryn Mohr, un’artista singolarissima, sospesa tra folk ed elettronica, di cui siamo certi si parlerà sempre di più nei mesi a venire.

Californiana di nascita e di base a Oakland, Kathryn Mohr ha esordito nel 2020 con As If, un album composto da nove brani che lasciavano intravedere un’intensa fascinazione per l’elettronica minimale. Due anni dopo, con Holly, ha ampliato ulteriormente il proprio linguaggio musicale: accanto alle persistenti suggestioni ambient, sono emerse con ancora maggiore evidenza venature di folktronica.

Nel 2024, ha partecipato alla compilation Your Voice is Not Enough, un omaggio ai Low e alla memoria di Mimi Parker, interpretando una splendida cover di Cut. Parallelamente, pubblicava i primi singoli del suo nuovo lavoro solista, lasciando intravedere la maturità artistica raggiunta.

Il primo singolo, Driven, fa pensare a una Elizabeth Fraser intenta a cantare ninnenanne alle creature degli abissi, con una chitarra acustica che sembra imitare le scale di un basso sommerso. Di tutt’altra attitudine è invece Elevator, un brano feroce e distorto che evoca la PJ Harvey ai tempi di 4-Track Demos: solo la voce e una chitarra ruvida per raccontare una storia allucinata, dove l’orrore del quotidiano si manifesta nella vicenda inquietante di un braccio mozzato in un ascensore difettoso.

L’innamoramento definitivo arriva però con il terzo singolo, Take It, una ballata intrisa di una disperazione sottile e struggente che richiama certe atmosfere di John Frusciante in Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt.. In questo brano, Mohr rivela pienamente il suo stile cantautorale unico, una poetica visionaria e un gusto per il sinistro e l’onirico: sogni raffigurati come ingranaggi arrugginiti, cavalli in strada, proiettili attaccati al soffitto, letti deserti e bambini in fiamme, costruiscono un immaginario potente e recondito.

Waiting Room è stato registrato in Islanda, in una vecchia fabbrica di pesce in scatola, all’interno di un villaggio remotissimo, popolato da più pecore che persone. L’album sembra catturare l’essenza selvaggia di quei luoghi: dai suoni metallici della stanza di cemento dove sono avvenute le incisioni, ai misteriosi segnali audio e alle  tracce telefoniche, fino all’eco dell’oceano che sembra avvolgerci, facendoci percepire persino il respiro lontano delle balene.

Un lavoro misterioso, per certi versi oscuro e inquietante, che sembra un parto doloroso eppure denso di luce. Come una promessa.

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