Recensioni

Non si riesce davvero a capire perché una regista dotata di un preciso sguardo come Kathryn Bigelow abbia accettato di dirigere un film come A House of Dynamite, che nonostante il clamore generato dalla sua presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, è in tutto e per tutto un’operazione Netflix alquanto banale e dimenticabile, a voler essere generosi. Avrà influito forse l’assenza dalle scene da oltre otto anni, dal bellissimo Detroit, oppure la delusione per un progetto sviluppato (Aurora, sempre per il colosso dello streaming) per oltre due anni e poi improvvisamente accantonato.
Sia chiaro, la pellicola che racconta i 20 minuti in cui alcuni specifici organi di governo degli Stati Uniti si rendono conto che una testata nucleare è stata lanciata da un nemico invisibile, insieme alle procedure da attuare per attivare i diversi piani di difesa necessari, è magnificamente diretta e dotata di un ritmo interno alla narrazione che carica lo spettatore di una tensione palpabile e che per giunta si ripete per altre due volte ancora, visto che la vicenda viene raccontata in ben tre blocchi in cui si l’attenzione si sposta su diversi personaggi. Tuttavia, qualcosa non torna. A fine visione, oltre a una distensione di quell’adrenalina che Bigelow infonde sapientemente in ciascuna delle sue opere, si rimane quasi con un pugno di mosche in mano, reduci da una narrazione in cui nessuno dei personaggi rappresentati rimarrà veramente scolpito nella nostra mente e, soprattutto, con una sensazione fastidiosa, ovvero che A House of Dynamite sia un film scandalosamente apolitico.

Ancora più strano, Bigelow nel 2012 diresse l’acclamato Zero Dark Thirty. Partendo dall’iconica immagine di Barack Obama rinchiuso con il suo staff nel bunker dove assisteva alla definitiva eliminazione di Osama Bin Laden (foto citata anche dal nuovo film Netflix), la regista scelse di raccontarne il controcampo, ovvero tutte le operazioni che portarono alla scoperta del rifugio e all’uccisione del fondatore e leader di al-Qāʿida, scegliendo il privilegiato e umanissimo punto di vista della giovane agente della CIA Maya Harris (Jessica Chastain), personaggio nei cui confronti il pubblico poteva percepire una profonda empatia e un attaccamento alla materia difficilmente restituibile se visto solo dalle sedi del potere decisionale. Ebbene, proprio l’alternativa è oggi A House of Dynamite, e lo scarto tra le due opere non potrebbe essere più lampante.
A mancare su tutta la linea è essenzialmente il contesto in cui la storia di sta svolgendo. Se in Zero Dark Thirty avevamo davanti l’America di Barack Obama costretta a rimettere insieme i cocci di un mondo frantumato dalla precedente amministrazione Bush Jr., A House of Dynamite non si preoccupa minimamente di giustapporre i suoi pezzi sulla scacchiera, sottovalutando la questione e scegliendo un “nemico invisibile” per giustificare la messa in scena di un finale e una morale che più che cupi o pessimistici sono solamente il risultato di una sceneggiatura pigra e superficiale. Capire il contesto in cui una storia si svolge permette di abbracciarne le conclusioni; scegliere da che parte stare è un lusso che il cinema mainstream sembra non volersi più concedere, per il timore di andare contro una buona fetta di pubblico (o di abbonati).
Non si tratta solo di un’ipotesi. È lo stesso Tracy Letts, che nel film interpreta il generale Anthony Brady, a confermare a DeMorgen che la produzione ha scelto deliberatamente di non prendere posizione: “Il film cerca consapevolmente di non essere un pamphlet a favore di una sola tendenza politica. Perché in tal caso gli spettatori potrebbero facilmente schierarsi a favore o contro questo film. L’unica posizione che Kathryn assume è che dobbiamo rimettere sul tavolo questo tema, indipendentemente dalla propria opinione su qualsiasi presidente. Una tirata contro Trump non servirebbe allo scopo di questo film, credo”. Insomma, non sia mai che gli spettatori si riversino sui social per parlare male e fare cattiva pubblicità a Netflix, anche perché stiamo parlando giustamente di una delle voci più apprezzate di quest’epoca (nonché, non dimentichiamolo, della prima donna a conquistare un Oscar come miglior regista con il bellissimo The Hurt Locker), quindi il progetto era anticipato con tutto il dovuto rispetto e le attese erano altissime.

Non aiuta allo scopo la svogliatissima sceneggiatura di Noah Oppenheim, noto sia per opere riuscite (Jackie di Pablo Larraín) che per altre decisamente dimenticabili (le saghe di Maze Runner e Divergent) e che qui sembra ricalcare, o perlomeno continuare, quel filone cospirazionista da lui stesso inaugurato nella serie Zero Day, un prodotto a uso e consumo della piattaforma streaming sorretto da interpretazioni solide (lì c’erano Robert De Niro, Lizzy Caplan e Jesse Plemons a reggere la baracca).
Come giustamente sottolinea Justin Chang sul New Yorker, “i personaggi, quasi tutti dipendenti governativi, sono inseriti come celle in un foglio di calcolo ma solo ai più fortunati viene assegnata una casella nella colonna ‘Dramma personale’”. Abbiamo l’esempio del maggiore Daniel Gonzalez (Anthony Ramos) che esce per una telefonata tesa con la sua compagna; la dipendente della FEMA (Moses Ingram) che chiacchiera del suo imminente divorzio e controlla gli annunci immobiliari; il capitano Olivia Walker (Rebecca Ferguson), che saluta con un bacio il marito e il figlioletto prima di recarsi al lavoro alla Casa Bianca, probabilmente l’unica performance convincente nell’intero cast (e non per meriti di scrittura).
Tutti gli altri sono a malapena bozze di personaggi: il Segretario della Difesa che telefona alla figlia che vive a Chicago, il Presidente degli Stati Uniti che è un mix sbiadito tra l’impreparazione di Donald Trump e il carisma contagioso di Barack Obama o il Generale Brady, cui a malapena viene affidato un commento sull’ultima partita di baseball. E non fatevi ingannare dal doppio reset che A House of Dynamite cerca di spacciare come “differente punto di vista”, perché quella che vediamo rimettersi in moto per ben altre due volte è esattamente lo stesso punto di vista, la stessa narrazione e la stessa generica conclusione a cui questo conduce, che non cambia mai di segno né ci espone problematiche che non erano state prese in considerazione. Un po’ come se Bigelow ci stesse esponendo il paradigma del cinema targato Netflix che non fa altro che ripetere se stesso e il suo modello all’infinito.

Infine, è come se il focalizzarsi interamente sulle procedure e il ritmo della narrazione scandito dalla paura che la minaccia sia reale piuttosto che su personaggi e punti di vista concreti riduca, purtroppo, tutto il resto a un mero esercizio di stile, quasi fossimo davanti all’ultimo episodio di una serie durata già diverse stagioni e che non abbia bisogno di approfondire questo o quel personaggio (in un mondo in cui uno show dalle premesse identiche come 24 già esiste e viene ampiamente apprezzato da critica e pubblico).
La domanda allora sorge spontanea: basta davvero così poco per costruire dei personaggi che il pubblico percepisca come tridimensionali oggi, persino all’interno di un film di genere e “d’autore”, in un’era in cui la longevità di una produzione – sia essa una serie o un lungometraggio – è ridotta ai minimi termini, forse solo al tempo algoritmico di entrare in questa o quella Top 10 settimanale o aggrapparsi a una sorta di discussione online che comunque si esaurirebbe nel giro di poche settimane? Oppure gli sceneggiatori sono così condizionati dalle richieste degli executive – specialmente quelli che operano per le piattaforme – dall’aver sviluppato una certa propensione nello sviluppare storie che il pubblico non percepisca immediatamente come dannatamente vuote al loro interno? Forse entrambe le cose, e il fatto che diventi sempre più difficile accorgersene è probabilmente un segnale di pericolo che conferma quanto il panorama attuale e le sue regole siano stati cambiati dall’avvento dello streaming e delle sue logiche.
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