Recensioni

L’attesa che circondava l’arrivo in streaming di Zero Day era davvero enorme e non solo perché trattasi della prima serie con protagonista un peso massimo come Robert De Niro, ma anche perché le premesse indicavano un prodotto in grado di dialogare con un presente perennemente incerto e indecifrabile. Fa piacere, quindi, che quelle attese siano state ricompensate da un progetto ricco di spunti di riflessione, capace di richiamare alla memoria un baluardo del passato quale la New Hollywood e, in particolare, il cinema d’inchiesta a sfondo politico.
C’era un motivo per cui tra la fine degli anni’60 e l’inizio dei ’70 quel tipo di cinema ha avuto un successo senza precedenti. Capisaldi del genere come Perché un assassinio, I tre giorni del Condor o Tutti gli uomini del presidente riflettevano su una società caduta vittima della paranoia e del sospetto ma per ragioni molto concrete (in sequenza, i dubbi sulla Commissione Warren, la guerra in Vietnam, lo scandalo Watergate); lo stesso fa Zero Day, con un balzo in avanti di cinquant’anni, e la situazione non è migliorata, anzi: ci troviamo ad avere a che fare con politici e politicanti che arrivano a mettere in discussione persino la realtà oggettiva e a confezionare fatti a uso e consumo della propria propaganda, per non parlare poi di certe uscite che non solo solamente infelici ma denotano una superficialità e una mancanza di professionalità allarmanti.

A differenze dei capolavori del cinema succitati, però, Zero Day offre allo spettatore una buona dose di speranza con un finale rassicurante che era, se ricorderete, bandito e proibito agli eroi di Robert Redford, Warren Beatty, Dustin Hoffman e Gene Hackman (che scivolava nella follia alla fine de La conversazione). Questo perché il George Mullen non è un uomo qualunque, né un giornalista, né un tecnico di laboratorio, ma un ex-Presidente richiamato in una situazione d’estrema emergenza. Profondamente umano in ogni sua scelta, lo show di Eric Newman, Noah Oppenheim e Michael Schmidt mette persino in dubbio lo stato mentale di Mullen (che continua a essere perseguitato da allucinazioni visive e uditive, con il brano dei Sex Pistols, Who Killed Bambi?, che compare a più riprese). Lo spettatore, così, metterà alla prova più volte la fiducia verso il personaggio, prima costruita e poi sgretolata in una serie di sequenze ben orchestrate e dirette da Lesli Linka Glatter.
Non sarà in grado di reggere il confronto con i film succitati, ma Zero Day ha diverse frecce al suo arco che non andrebbero sottovalutate, come ad esempio una capacità di sfidare il presente e le cronache contemporanee con invidiabile lucidità e anche se i meccanismi del potere non sono oliati come lo erano ad esempio in House of Cards, la narrazione risulta piacevole e appassionante, complice la bravura di un cast che oltre al Premio Oscar De Niro può contare anche sulla bravura di Matthew Modine, Jesse Plemons e Lizzy Caplan, tra gli altri.
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