Recensioni

C’era da aspettarselo. Chi ha avuto la possibilità di rivederli in scena di recente è stato testimone di un affiatamento, una naturalezza e una compattezza che non lasciavano affatto trapelare il – tanto – tempo trascorso dall’ultima volta. E così, dopo il ritorno sui palchi a partire dal 2022, per i Karate arriva anche quello discografico con questo Make It Fit, il primo album in ben quattro lustri.
Una storia, quella della band di Geoff Farina, che si era chiusa senza clamori e in modo quasi naturale all’indomani di Pockets (2004), uno stop in corsa sopraggiunto a causa dei problemi di udito di quest’ultimo, che comunque non gli avrebbero impedito di rimanere attivo altrimenti; una battuta di arresto fisiologica dopo una caterva di concerti (di cui non pochi nel nostro paese) e, soprattutto, una sfilza di dischi in cui tra ’90 e ‘00 avevano ridefinito e allargato i confini di certo post (-emo, -rock, -hardcore; fate voi) tingendolo di jazz ma anche di tanto cuore, mantenendo sempre un approccio rigoroso al suono e alla scrittura pur aprendosi progressivamente verso sonorità più accessibili e melodiche, senza scadere mai nella banalità, nel cliché, nella cerebralità o nel virtuosismo fine a se stesso, in un equilibrio mirabile ed unico.
Una storia che adesso pare riprendere esattamente da dove si era fermata, ripresentando intatti un suono e un approccio scolpiti nella pietra: le due voci dei Karate, quella di Farina e quella della sua chitarra, sono immediatamente riconoscibili, incardinate sull’ossatura della sezione ritmica estremamente duttile e precisa degli immarcescibili Jeff Goddard e Gavin McCarthy. Complice lo storico collaboratore Andy Hong, queste nuove dieci tracce suonano come registrate dal vivo, o meglio senza apparenti sovraincisioni, lasciando emergere il sound naturale di chitarra, basso e batteria, a un livello di destrezza (gli inglesi dicono: musicianship) ormai in fase, ahinoi, di estinzione, forte di un interplay estremamente dinamico, proprio come ce lo ricordavamo.
Se non ancora meglio: Make It Fit porta con sé un’immediatezza e un’accessibilità del tutto nuove nella discografia dei bostoniani, com’è evidente sin dalle prime battute di Defendants, power pop melodico iniettato di punk vecchia scuola con un hook memorabile di quelli che ti saresti aspettato trenta o quaranta anni fa da un Bob Mould o un J Mascis, mantenendo comunque l’eleganza tipica dei Karate. La band ha citato tra le diverse influenze per il disco Clash, Fugazi e Thin Lizzy, e infatti nell’urgenza di Cannibals , nei riff taglienti deragliati boogie di Bleach The Scene e nell’abrasiva People Are Folk lo spirito di Phil Lynott aleggia non poco, insieme a quello dei sin troppo dimenticati Wipers di Greg Sage.
Con Rattle The Pipes, Three Dollar Bill e Around The Dial il trio sfoggia tutte le sue carte con naturalezza, freschezza e autenticità, tra stop and go di scuola math, linee di basso dub, classici lick blues di chitarra e, ovviamente, le consuete liquide dissonanze di accordi jazz (Liminal), raggiungendo l’apice espressivo in una Fall To Grace in cui Farina fa tesoro dei suoi retaggi emo (le juvenilia dei Secret Stars portate nell’età matura) infiorettando figure melodiche con la sei corde e, soprattutto nella conclusiva Silence, Sound, manifesto di un’estetica musicale personalissima e unica in cui Wes Montgomery sembra duettare con gli Slint.
Ora, potremmo continuare ad oltranza a scandagliare questi solchi svelandovene i segreti più nascosti, arrivando a citare, in una punta di nerdismo borderline che pure piacerebbe al titolare della baracca (si ricorderà, diplomato al prestigioso Berklee College Of Music), dettagli che titillano l’orecchio come i sedicesimi sullo hi-hat in Silence, Sound o i fill sul timpano in Defendant. Ma è proprio di questi dettagli che si nutre la musica dei Karate, tanti piccoli pezzi che si incastrano in un ingranaggio perfetto e implacabile, che lo scorrere del tempo non ha intaccato minimamente. Anzi, se possibile, oggi Farina tiene come non mai a dire la propria riguardo a un mondo che non funziona più come dovrebbe, vedi il quadro da homo homini lupus delineato Cannibals (“Remember candor and compassion? / Today, anomie is the trend and folly is the fashion” o ancora “You all chase your tails like animals / But you destroy yourselves like cannibals, cannibals”).
Make It Fit è uno di quei pochi dischi che ci ricorda che la reunion non è un passo obbligato, anche se sembra esserlo per la stragrande maggioranza di chi ha mosso i primi passi qualche decennio orsono. Non tutti possono permettersi il lusso, il gusto e la bravura di tornare quando si ha lo spirito giusto e, soprattutto, qualcosa da dire. I Karate hanno tutte queste cose.
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