Recensioni

E comunque, ascoltato dal vivo nel 2022, Geoff Farina ha (ancora) una voce splendida, sonante, meglio ancora che sui dischi… Era il 1993 quando lui, Eamonn Vitt e Gavin McCarthy davano vita alla prima incarnazione dei Karate. Ed è il 2005 quando la band si scioglie dopo dodici anni di onorata attività, sei album all’attivo e una formula musicale che cattura influenze tra le più disparate per fonderle magistralmente insieme.
Il sound ha subito un’aura tutta sua. I punti di riferimento sono chiari per quanto trattati in modo obliquo e particolare. Combinando gli attacchi non lineari dei Fugazi, i movimenti ipnotici degli Slint, le armonie dilatate dei Codeine. Facendo convergere posthardcore, emo, slowcore, post rock e numerosi stili familiari per la rosa abituale del rock indiependente d’oltreoceano e solo in apparenza antitetici – al contrario, hanno finito per fluire più o meno naturalmente l’uno nell’altro nel contesto di tante storie, di tante band. Nel primo album, omonimo, del 1996, sono brani come Gasoline e Bad Tattoo a rappresentare bene due estremi dello spettro musicale, la ballata aperta e pausata dai momenti in sordina e dai crescendo quasi improvvisi, e il brano che brucia ancora del sacro fuoco dell’hardcore trasformato in una febbre più cerebrale.
Il trio, che intanto è divenuto un quartetto – con Jeff Goddard al basso, mentre Eamon Vitt si sposta alla seconda chitarra – fa uno step decisivo nel secondo album, che non nega affatto quelle premesse né i contrasti di atmosfera o gli stessi “strappi” all’interno dei pezzi: da un lato armonizza questi aspetti con più lucidità e dall’altro li esalta proprio nelle loro reciproche dissonanze. Il binomio This Plus New Song / New Martini è la delucidazione perfetta di questa altrettanto perfetta dicotomia: la ballad dilatata che trae la propria grazia dal suo stesso stato di impasse, di sospensione continua e ripetuta, di interplay pacato e pieno di pause – dove gli strumenti si rimbalzano i frammenti melodici e la voce risponde agli accordi sparsi e alle cadenze più che mai flemmatiche della chitarra, in cui al minimo accenno di crescendo fiammante segue subito un lezioso ritorno in sordina; e poi il brano veloce che con la sua progressione fluida, il tempo incalzante e il ritornello urlato a due voci, si candida a momento emo in assoluto più memorabile.
Un emocore tecnico, certo, quello di Geoff Farina – che ha alle spalle studi al celebre Berklee College of Music e un raffinato training jazzistico – e dei suoi. Che in New New fa pensare a uno scontro tra le chitarre scordate e i ritmi mathematici di Polvo o June of 44 e il pathos dei Get Up Kids. It’s 98 Stop sembra ricostruire a ritroso il filo che dagli Slint riporta agli Squirrel Bait con la supervisione dei Fugazi, narrando nel suo farsi una parte di evoluzione del post-hardcore made in USA. Quando gli arpeggi melodici tornano a indirizzare le danze, ecco spuntare, dopo la nervosa e tortuosa New New, The New Hangout Condition, una ballad astratta in traiettorie che collimano con il forbito universo del post rock, quindi non distanti neppure da quelle dello strumentale Wake Up, Decide, che nei suoi passaggi audaci non fa che ribattere la stessa cadenza, ma lo fa in maniera sempre elegantissima. L’hardcore stesso o quello che ne rimane a livello di tensione e di energia è reso con un mood sì più assorto e tecnico, ugualmente trascinante per come si configura in Die die e nei suoi sinuosi controtempi.
In Place of Real Insight è, possiamo dire storicamente, l’album che ha consacrato la presenza creativa dei Karate all’interno di una scena ricca di talento, sagacia e acume come quella del rock chitarristico indie americano di metà-fine anni ’90. Non meno pregevoli saranno The Bed is in the Ocean – con i climax di There Are Ghosts per la melodia e Diazepam per il versante graffiante di ascendenza punk – oppure Unsolved, dove il suddetto background di Farina si inserisce fluidamente in quelle stesse dinamiche arricchendole di preziosismi, in una sorta di slowcore-jazz (la definizione ok, non suona granché ma i pezzi sì).
A giudicare dall’accoglienza riservata alle loro esecuzioni dal vivo nel 2022 – giusto venticinque anni dopo – abbiamo la prova che i brani dell’album che abbiamo scelto per la recensione sono rimasti nel cuore di chi ha amato questa band. E anche del gruppo stesso, che nella scaletta riserva loro uno spazio particolare – al di là del fatto che vengano suonati in quartetto mentre il resto dello show è in trio…
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