Recensioni

7.3

Cresciuto, tra i 00s e i 10s nella Bristol di Pinch e Peverelist, circondato da suoni heavyweight mutuati dalla dubstep dei giri Livity Sound e Tectonic promossi da ragazzi come Kowton, Asusu, Batu, Hodge e Facta ecc., Julio Bashmore ha rappresentato da subito una salutare anomalia nel panorama cittadino. Con lo sguardo a Londra e gli interessi inizialmente puntati sulla UK Funky (Chazm), il percorso del producer si è svelato negli anni successivi come un naturale ricongiungimento verso una house cantata tipicamente 90s (Father Father, Riff Wrath) che lo ha portato lontano dalla tradizione soundsystem e dalle attuali derive techno, jungle e co. dei suoi coetanei in città, pur tenendosi comunque sempre aperta una porta grazie alla collaborazione con Kowton (con il quale ha pubblicato due EP, di cui uno sotto l’alias Ekranoplan).

Per farla breve, Bashmore è partito dagli ascolti adolescenziali di Daft Punk e Groove Armada e qui è tornato, masticando nel frattempo un sound garagista debitore verso la stagione ambient-idm del ’91 e ’92, che nel suo revival 2012, oltre a lui, aveva conquistato una vasta ala di producer dance (George FitzGerald e il pupillo di Four Tet, Anthony Naples, giusto per far due nomi). Un percorso circolare che lo ha portato fino a qui, ad un più che discreto debutto sulla lunga distanza, ovvero Knockin’ Boots, un lavoro che cerca di trovare strade alternative alle derive pop proteiche di Disclosure e colleghi.

Dodici tracce che si stagliano, ça va sans dire, su una house che guarda ai suoi fondamenti disco, e perciò 70s. Il campionamento di Dance Turned Into A Romance delle Jones Girls all’interno della title track è il primo di una serie di loop e sample sparsi nella tracklist, ripescati come da tradizione – e come insegnano Daft Punk e Jamie xx – nelle profondità soul e funky, e utilizzati con disinvoltura e senza troppi timori reverenziali.

Julio Bashmore si ferma dove i Disclosure tendono ad esagerare (a buona ragione commerciale, ci mancherebbe); semmai il pericolo qui è di incappare in una tronfia deriva del 90s sound di Masters At Work e Armand Van Helden. Il bristoliano si mantiene in equilibrio tra i due poli con una produzione ricca eppure pulita, che passa dal sound retrò in chiave soulful di Holding On (con campionamento di Make It Last Forever degli Inner Life) e Let Me Be Your Weakness, alla disco lustrata di She Ain’t e Rhythm Of Auld, ma anche ai bassi garage di What’s Mine Is Mine e al taglio nu-soul di Simple Love, che a tratti ricorda il lavoro in regia del Nostro per Jessie Ware (Devotion, Tough Love).

Molto scaltri anche i cambi di ritmo, che non mandano mai fuori strada, vedi le tribalità di Bark e il rappato di Okmalumkoolkat nell’ottimo episodio hip-house Umunt. Bashmore concretizza in grande spolvero un più che godibile capitolo house, a metà tra desideri di chart e una gloriosa tradizione.

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