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7.2

La buona vecchia deep house. Quella fatta alla maniera classica, che non si preoccupa più di tanto di compiacere il mondo club e preferisce affidarsi al carisma di un cantato soulful come si deve. Una pratica sciamanica che sta diventando una rarità, tramandata di generazione in generazione, il cui maestro indiscusso è e rimane Robert Owens. Un terreno di gioco in cui serve un caratterino non da poco, dal quale il gentil sesso, con quel loro tocco vellutato che tanto bene può fare al genere, è rimasto escluso per lungo tempo. Ma la rivincita sta arrivando nei nostri giorni e dopo la passionale Steffi, la urban girl Deniz Kurtel e una irrefrenabile Maya Jane Coles fresca di dj award, arriva l'album di Nina Kraviz e rischia di sbaragliare la concorrenza in un sol colpo.

Il bello di Nina è che non ha la presunzione di voler per forza conquistare il palco, ma è sempre attenta a non guastare il mood deep con eccessi di protagonismo. Il suo è un soul sottopelle, geloso di sé stesso, che non si espone mai troppo se non con piccoli graffi controllati sparsi nelle tracce, a dare umanità a un suono tanto scientifico che ha un che di religioso. Dove sboccia in pieno è in Love Or Go, carattere USA inspired su una base 100% Art Department, l'efficacia femminile che si svela in tutta la sua evidenza, ma in maniera più controllata succede anche in Taxi Talk o Petr, dove la firma personale è quel refrain sussurrato ma sempre presente, lo spessore che è d'obbligo pretendere sempre da un brano deep.

Son tocchi gentili ma che fanno la differenza. Altrove invece l'umore deep impera e il brano si trasforma in un battito cardiaco intimista e seducente (Working), accompagnato al massimo dal sospiro impercettibile di una Kraviz ora femme fatale (Best Friend). Poi il mood cambia ancora e l'album offre pezzi come Aus (col maestro Owens che fa sentire netta la sua influenza) o la hit personale Ghetto Kraviz, cassa in quattro irresistibile e bassline convulsa ma soprattutto una sezione vocale dalle affinità r'n'b, tagliente, calda e precisa come non ti aspetti da una artista siberiana.

Il finale – Fire – è l'unico momento in cui Nina dimentica ogni timore e col suo cantato sofferto (qui siam giusto dietro l'ultima Kate Wax) diventa il centro di tutto. È lì che ti accorgi della diva sapientemente nascosta nel profondo della Kraviz, potenzialmente capace di conquistare ogni cosa ma prudente nel restare dietro le quinte a manovrare i fili, in un inchino reverenziale all'altare deep. Allora non è timidezza, ma il più nobile dei sacrifici, e ti è impossibile trattenere le lodi.

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