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7.3

Cinque anni fa l’intervista a Julia Holter su queste pagine relativa al precedente Aviary s’intitolava Free as a bird. Un lustro dopo, il suo successore si chiama Something in the Room She Moves. Coincidenze? Probabilmente, anche se quel misto di forma canzone e sperimentazione che sta alla base dei Beatles maturi – vedi Abbey Road che contiene la canzone la cui strofa ha inconsciamente ispirato il titolo del disco – è assimilabile a quello che anima la compositrice losangelina, a partire dalla psichedelia.

La nuova prova è senz’altro meno avventurosa rispetto la precedente ma ne conserva il tratto libero, a partire da testi che risuonano più che farsi ascoltare; un’ode alla creazione e alla creatività tra canzoni abbacinate dal sole (Sun Girl), droni e preghiere (Meyou, con un tocco nipponico e un pizzico di humor) sviluppati su un generoso blend armonico, anche jazzato e a tratti persino proggy, in cui convivono strumenti e ritmi sintetici come analogici, Wurlitzer (suonato dal compagno Tashi Wada), fiati e ance, corde pizzicate come accarezzate (al basso fretless c’è Dev Hoff).

Alla base del lavoro – segnatamente – c’è l’idea di un suono fluido simile all’acqua, qualcosa che evocasse un mondo sonoro all’interno del corpo. Ma è la corporeità e il suo rapportarsi al mondo e dunque ad altri corpi l’oggetto più ampio dell’indagine. Vi rientrano sensualità (l’art pop di Spinning) e un contesto immaginifico e floreale pensato anche in tecnicolor, un altromondo abitato da una folktronica onirica (Evening Mood, Spinning) che la tracklist contrappunta con momenti ritmati (anche afosi) e altri maggiormente evanescenti (più temperati). Lo Yin e yang di un disco – anche figlio della pandemia – libero dai riferimenti letterari del passato (Euripide, Colette) che accoglie la vita (la cantante è nel frattempo diventata madre) e la commiata (il disco è dedicato a un giovane nipote scomparso); vedi l’insieme di sguardi oltre la siepe di Talking to the Whisper, forse l’unico da queste parti a richiamare esplicitamente il lavoro di Kate Bush negli 80s, e non solo per via della batteria col riverbero e il sax. Una produzione cosmica che grazie alle sue divagazioni fiatistiche, e tanto di crescendo finale, sembra perfetta per i live all’interno di un disco che viceversa si presta idealmente all’ascolto in cuffia, lontani dai device che popolano la nostre vite.

Purtroppo la songwriter di Have You In My Wilderness non c’è più e un po’ fa sentire la sua mancanza tra le pieghe di un album non di maniera eppure fatto di maniere, un prolungamento dei lavori su commissione prodotti in questi anni, musiche prodotte per il cinema (Mai raramente a volte sempre / Never Rarely Sometimes Always, Orso d’Argento alla Berlinale 2020), la tv (Pure) ma anche sonorizzazioni (La passione di Giovanna d’Arco con il coro dell’Opera North di Los Angeles nel 2022). Raffinatezza, calore e una ritrovata comunicabilità (vedi la finale post-jazz Who Brings Me con chiari riferimenti alla prole) compensano tuttavia i momenti meno incisivi di una prova senz’altro più che convincente.

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