Recensioni

“Una sirena mi ha tagliato la strada, per costringermi a guardare le cose con occhi nuovi“. L’essenza de Il corpo umano Vol.1, sedicesimo album in studio di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, sta tutto nel verso d’apertura della traccia numero 1, Montecristo.
Parte del successo del toscano si è basato sul suo essere artisticamente animalesco, caratteristica esaltata (anche) attraverso la sua fisicità: longilinea, asciutta, in forma: un contenitore di energia pulita, per alcuni anche contagiosa, per altri invece stucchevole, glicemica ed insopportabilmente reiterata all’infinito (come nel caso del penultimo lavoro, Oh!, Vita, stroncato senza appello dal nostro Luca Roncoroni).
Un approccio messo a repentaglio il 15 luglio del 2023, quando Jova, durante una sua passeggiata in bici sulle vie di Santo Domingo, cade rovinosamente dalle due ruote, rompendosi clavicola e femore. Il nuovo progetto si basa proprio su questo incidente di percorso, sviluppandosi però in un modo più atipico del previsto.
Sì perché, a differenza di quanto si possa pensare, il trauma non diventa concept, semmai uno spunto, a volte citato metaforicamente (vedi appunto l’incipit di Montecristo), a volte in modo più diretto (“Potrei dirti che fa ancora male e non si decide a passare, Che quel giorno in ambulanza ho capito che si muore”, dice in Fuorionda), al netto di un imprinting che segue pedissequamente il modus operandi delle produzioni precedenti, senza grosse differenze.
La novità principale riguarda il cambio di guardia alla produzione, non più curata dal guru Rick Rubin ma affidata a tre personalità diverse: Dardust, il fidatissimo Michele Canova e Federico Nardelli. Ma è con il primo che si crea l’alchimia migliore. In fondo, Faini si muove da sempre in territori speculari a quelli di Jova, alternando intimismo a sfumature world, la dance all’elettronica, tutti territori battuti dal nostro lungo la sua carriera.
Non è un caso dunque che i pezzi migliori escano proprio dalle mani del musicista marchigiano. L’epicità malinconica a tinte raggeton di Montecristo apre le danze nel miglior modo possibile, così come la solida Fuorionda esalta Cherubini in un flusso di coscienza appoggiandosi su porti sicuri, così come accade nell’amapiano de Le foglie di tè, compendio di tutte le capriole figurative sciorinate negli anni dal diretto interessato.
Sorprende non poco invece un’ispiratissima Un mondo a parte, in cui emerge una vena cantautorale di alto livello per un episodio cadenzato destinato a rimanere (così come sono rimasti in passato episodi come Le tasche piene di sassi o A te). Sfumature di De Gregori si palesano poi in Senza se e senza ma, pezzo di impostazione iper classica confezionato invece da Nardelli.
Ma non mancano ovviamente anche tanto fan service e maniera, spalmati un po’ ovunque con nota di merito nel racconto per immagini di Celentano e nel sound sirtaki della title track conclusiva, traccia impreziosita da una connotazione più dance che, come tradizione vuole, rimette al centro il sano divertimento con cui Jovanotti ha fatto scuola.
Cambia dunque l’ispirazione, il punto di partenza. Ma non la forma, né tanto meno la sostanza. Il toscano è uno di quelli che fa le cose sempre allo stesso modo, concedendo di tanto in tanto gustose perle pop in mezzo a tanti passaggi mai davvero terribili, anche se innocui. Qui il materiale per il nuovo tour c’è tutto. E considerato che la maggior parte degli artisti mainstream della vecchia guardia si accontenta di campare di rendita, può essere una buona notizia.
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