Recensioni

Abbiamo imparato a conoscerlo e ad amarlo, José Gonzàlez. Troubadour della folk-tronica, svedese di nascita e argentino di origini, si distingue per la dolcezza aspra della sua voce e della sua poetica, e per il gusto impeccabile con cui ha saputo vestire canzoni proprie o pescate con oculatezza dai repertori altrui (le scelte più sorprendenti sono state Heartbeat dei Knife, Teardrop dei Massive Attack – di cui ha realizzato una versione più edgy rispetto alla rilettura acustica di Newton Faulkner – e una meno nota, totalmente trasformata, Smalltown Boy dei Bronski Beat). Gonzàlez non è uno che si adagia sugli allori e non si propone come il Donovan o il Nick Drake del nuovo millennio; ha compiuto scelte insolite e coraggiose, una su tutte la ricostituzione (dopo una carriera solista lanciatissima) dei Junip, con i quali oggi si impegna a tempo pieno.
Se Fields, il primo album del trio, aveva convinto dopo ripetuti ascolti (e la pazienza è stata ampiamente ripagata) senza però dare l’idea di un vero sforzo di gruppo, il sophomore omonimo ci consegna tre musicisti (con José ci sono Elias Araya alle percussioni e Tobias Winterkorn alle tastiere, al Moog e all’organo, mai così presente e protagonista come in questa prova) capaci di contribuire equamente alla creazione di certosini soundscape che rafforzano melodie appena accennate e che ci trascinano tra contaminazioni jazzate modello ultimi Talk Talk, atmosfere bucoliche ed episodi in cui l’elettronica conquista il centro della scena (viene voglia di ballare al suono di Your Life Your Call, frutto di un incontro mai avvenuto tra gli Hot Chip e gli Air di Moon Safari). Canzoni come il bozzetto Villain, Head First (con una melodia che squarcia un velo di rumore bianco) e Beginnings sembrano partorite durante le jam session in sala prove e lasciate così come sono, laddove invece Line Of Fire gioca con sicurezza la carta delle emozioni, aiutandosi con il crescendo in una scena sonora che si satura un po’ per volta. Walking Lightly è la colonna sonora dell’ultima passeggiata invernale tra le sterpaglie, in attesa di lasciarci inebriare dal profumo dei primi fiori di marzo – quasi una versione folk e sorniona di Moving On Up dei Primal Scream.
Eppure ci si poteva attendere di più. Manca la zampata, il colpo di coda, e così José Gonzàlez dimostra maggiori qualità come “stilista” che come compositore; alla lunga la ripetizione delle strutture melodiche e delle parole stanca, distrae, fa apparire il tutto più inconsistente di quanto dovrebbe essere. Junip è probabilmente un disco di transizione, che non getta sul serio il cuore oltre l’ostacolo ma, allo stesso tempo, fa intravedere tra le pieghe qualche timida novità che potrà portare in futuro a più entusiasmanti risultati.
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