Recensioni

Siamo un po’ stanchi della melliflua retorica pop-(pseudo)folk che da qualche tempo intasa radio, classifiche e riviste di settore, come del resto siamo saturi di quell’immaginario spesso scontato che premia soltanto il gioco dei facili ritornelli, degli inni da stadio e da spot pubblicitario. Per questo, avvicinarsi alla quarta fatica di Johnny Flynn, giovane songwriter originario del Sussex che con l’esordio A Larum del 2008 aveva fatto breccia nei cuori della critica come nuova promessa del folk-rock britannico – molto prima, per amore della verità, di Marcus Mumford e soci -, diventa per chi scrive soprattutto una questione di fiducia. Anche se un velo di scetticismo nei confronti del personaggio rimane sempre (e le immagini versante Google non aiutano: quel capello un po’ così, il faccino da efebo e il look trasandato quanto basta, da poeta romantico dei tempi moderni), Country Mile è senz’altro l’album di un artista che sa far bene il suo mestiere, ovvero scrivere belle canzoni (bellissime, in certi casi) di pop-folk/rock semplice e appassionato, senza trucchi, spesso essenziale, con un’anima lontana da ogni velleità di voler stupire o colpire l’ascoltatore con effetti speciali.
Probabilmente – e fortunatamente – non sentiremo nessuna delle canzoni di questo disco né in radio né in televisione, anche se non si può negare che il ragazzo abbia un talento innato per la melodia: i dieci brani di Country Mile si distinguono per un sostrato pop che ne fa, nella maggior parte dei casi, dei potenziali singoli. Giusto per fare qualche esempio, basterebbero i controcanti di Gypsy Hymn – a cui partecipa anche la sorella di Johnny, Lillie – costruita sull’intreccio di piano e voce, per accorgersi che, oltre alla lezione dei menestrelli moderni, il musicista ha accolto tra le sue influenze anche gospel, blues, e, naturalmente, pop. In una girandola di stili – si ascoltino la polverosa intro elettrica della title-track o le percussioni in salsa black/world di Fol-De-Rol – che rende l’album eterogeneo ma sempre solido e coeso nell’insieme. Altrove, troviamo i ritmi meditativi e umbratili del classic folk, anche americano, ad esempio in Tinker’s Trail o in Time Unremembered, brani che evidenziano una vena autorale più che credibile e sicuramente molto matura.
Certo, siamo lontani da ogni presupposto di sperimentalismo e ricerca – potremmo citare, a questo proposito, Once I Was An Eagle dell’amica e collega Laura Marling -, ma è difficile rimanere indifferenti di fronte alla pura grazia di un album che, semplicemente, regala momenti di grande qualità compositiva e cantautorale.
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