Recensioni

Per il precedente A Creature I Don’t Know si diceva da queste colonne che spesso siamo fin troppo esigenti che gli artisti giovani: difficile confrontarli con passati ingombranti e con le migliaia di ascolti che abbiamo fatto. A volte, però, bisogna prendere semplicemente atto, applicando un principio di realtà che oggi ci impone di dire che questo quarto album spinge prepotentemente Laura Marling verso i piani alti del cantautorato folk-rock. Di sicuro è in prima classe tra quelli della sua generazione. Oggi, a soli 23 anni, Laura Marling domina il folk in tutte le sue accezioni come nessuno ha saputo fare negli ultimi anni: c’è una naturalità genuina nella sua scrittura, una forza fragile nelle sue liriche e nel suo canto che l’hanno fatta giustamente definire il perfetto incrocio tra Joni Mitchell e Sandy Denny. Ma in Once I Was A Eagle c’è molto altro.
Basterebbe la prima metà del disco, quella che precede l’interludio per violoncello che separa nettamente le due parti, per parlare di un miracolo. Le prime sette tracce sono un continuum praticamente indistinguibile giocato a trio con il violoncello di Ruth De Turbeville e le percussioni di Ethan John (a entrambi pienissimi voti), che sottolineano la tensione quasi filosofica del fingerpicking di Laura e del suo flusso di coscienza che – giustamente – scomoda il Bob Dylan degli anni Sessanta. Questa trama essenziale si arricchisce nell’ordito si impreziosisce per tutti i rimandi alla lunga storia del folk inglese e scozzese: Pentangle, ma anche Comus e Incredible String Band.
La seconda parte, pur non allontanandosi né per qualità né per intenti, è invece più canonica e le otto canzoni che la compongono vedono la partecipazione di una band più allargata. Where Can I Go? è semplicemente perfetta, all’incrocio tra rutilanti Sixties e Julie Holland, mentre Once mette in evidenza le tinte più blues dello spettro espressivo della Marling. In questo seconda parte emerge anche l’amore per il country più colto (già si citava Johnny Cash in altre occasioni), ma qui si può vedere in filigrana anche Emmylou Harris (soprattutto quella a cavallo tra Settanta e Ottanta), ma anche una gemma oscura come Carol Kleyn ma anche la Cat Power più bucolica di qualche annetto fa.
Once I Was A Eagle è un album stratificato, denso di parole e di suoni, di atmosfere e di significati cangianti. Colpisce al primo ascolto, ma ogni ritorno nel lettore è l’occasione per la scoperta di una sfumatura diversa, per un profumo e un’emozione che non ci ricordavamo di aver già incontrato. La stella che già avevamo imparato a conoscere è più luminosa che mai.
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