Recensioni

Ritmo frenetico. Dialoghi serrati. Pochi fronzoli. L’uso preciso della geografia. Statali infinite e deserte, la terra arida al confine tra Usa e Messico, motel da tredici dollari più tasse a notte. Con i dovuti correttivi, quanto compariva sullo sfondo dei western di John Ford, di Delmer Daves, o più “sporchi” e vicini a noi di Sam Peckinpah. Anche Non è un paese per vecchi è un western. I cappelli da cowboy sulla testa dello sceriffo Bell, dei vice, di Moss, di Carson Wells. Ma è il Texas, gente. I rapinatori o razziatori sono diventati i cartelli della droga, si spara anche di più. Ci sono i cavalli, un cameo, inseriti come simbolo di un mondo che scompare, ma al quale Corman McCarthy era profondamente legato. E tre uomini che si rincorrono: sembrano destinati a un faccia a faccia per fare i conti (come in un duello western), ma non succederà (non saranno mai nella stessa inquadratura), anche se certi conti si chiuderanno. Uno è al servizio della giustizia, un altro la rappresentazione della violenza senza eccezione, il terzo cerca di attraversare il territorio tra il bene e il male cercando di uscirne indenne pur sapendo che sarà molto molto difficile.
È il 1980, la zolla (se considerata la vastità del Texas, un’area due volte e mezza l’Italia) quella tra San Antonio e il confine col Messico. Llwelyn Moss, un reduce del Vietnam che lavora come saldatore, quando può va a caccia nel deserto. È lì che si imbatte nel risultato di uno scambio di droga finito male: tre fuoristrada crivellati di colpi e una messe di cadaveri in attesa dei coyote. Resta un solo sopravvissuto che chiede acqua, ma Moss non ne ha. Troverà più distante un ultimo corpo: il cassiere con una borsa contenente due milioni e mezzo di dollari. È il destino che dà le carte: lasciare o sfidare il banco. Moss porta i soldi a casa, una roulotte nella quale vive insieme alla giovanissima moglie Carla Jean. Quando la coscienza lo frega: roso dal rimorso si alza nella notte per portare l’acqua al messicano moribondo. Pessima idea. L’inizio dei suoi più grossi guai. Il cacciatore diventa la preda. Dei trafficanti messicani e di un implacabile, inarrestabile, imperturbabile macchina di morte di nome Anton Chigurh: al servizio di chi non è ben chiaro; su un livello più alto di simboli una sorta di emissario di un fato scritto che non ammette correzioni. Un fatalismo – più di Corman McCarthy autore del libro dal quale i Coen hanno tratto il film che dei registi – fondato sul concetto che quello che si compie o è stato compiuto lascia tracce come le linee di sangue che portano Moss alla borsa coi soldi. Decisioni e azioni che non si possono cancellare e innescano conseguenze dall’esito inevitabile.
Chigurh nel libro svela a Carla Jean (nel film più concisamente) che lei non ha fatto nulla per trovarsi a tu per tu con la morte ma non può fare a meno di ucciderla: “Ogni momento della tua vita rappresenta una svolta e una scelta. A un certo punto hai compiuto una scelta. E tutto è andato di conseguenza. La contabilità è precisa. La forma è tracciata. Nessuna linea può essere cancellata”. Neppure dal lancio di una moneta – testa o croce – messa in atto all’inizio della narrazione per decidere la sorte dell’incauto gestore di una stazione di servizio. “Non credevo assolutamente che potessi influenzare una moneta in tuo favore – riprende Chigurh –, come avresti potuto? La strada di una persona nel mondo cambia raramente, e ancora più raramente cambia all’improvviso. E la direzione della tua strada si vedeva fin dall’inizio”.
Poi quando Carla Jean gli dice che non è obbligato a farlo, Chigurh risponde: “Mi stai chiedendo di rendermi vulnerabile, e questo non lo posso fare. Ho solo un modo per sopravvivere. Non ammette eccezioni. Al limite un lancio di monetina. In questo caso abbastanza inutile”. Inutile perché il risultato di un domino le cui tessere hanno cominciato a cadere tanto tempo fa, una trascinando l’altra. Conclusione alla quale arriva anche Ed Tom Bell. Nel suo rimuginare che anticipa ogni capitolo del libro – la voce fuori campo del film –, verso la fine del romanzo lo sceriffo pensa: “(…) A un certo punto della vita paghi le conseguenze di tutto quello che hai fatto. Se vivi abbastanza a lungo le paghi. E a me non viene in mente un solo motivo al mondo per cui quel maledetto possa aver ammazzato quella ragazza. Che cosa gli aveva fatto?”. Non basta; Moss ribadisce il concetto parlando alla ragazza che chiedeva un passaggio diretta verso la California (e nel film assume altre sembianze): “Il problema non è sapere dove sei. Il problema è pensare che ci sei arrivato senza portarti dietro niente. Questa tua idea di ricominciare daccapo. Che poi ce l’abbiamo un po’ tutti. Non si ricomincia mai daccapo. Ecco qual è il problema. Ogni passo che fai è per sempre. Non lo puoi annullare. Non puoi annullare niente. Capisci cosa intendo?”.

Col passare degli anni le certezze dello sceriffo Bell, un Tommy Lee Jones dal portamento austero e rassegnato, sono andate in frantumi. Sfiduciato dalla escalation di violenza (“Certe volte mi sveglio in piena notte e mi sento sicuro come la morte che solo la seconda venuta di Cristo potrà fermare questo andazzo”, citazione dal libro), cosciente di essere il sopravvissuto di un mondo al crepuscolo, fallito il tentativo di proteggere Moss e la moglie, si dimetterà. I fratelli Coen non introducono nel film il suo vissuto che pure nel romanzo e per la comprensione del personaggio è importante: “a ventun anni entrai nell’esercito, e al campo di addestramento ero uno dei più anziani. Di lì a sei mesi ero in Francia a sparare alla gente col fucile”. Bell ha circa 60 anni, e la sua conclusione è che “That is no country for old men”, cioè l’incipit di Sailing to Byzantium, una poesia dell’irlandese William Butler Yeats pubblicata per la prima volta nel 1927 (nella raccolta October Blast).
Moss è la rappresentazione dell’autodeterminazione. Quando trova il denaro è assolutamente cosciente di quello che sta facendo, che si tratta di soldi sporchi. Decide di fare il colpaccio forte delle abilità che gli hanno permesso di scampare alla mattanza del Vietnam. Ma poi lo frega un eccesso di coscienza, per un gesto che fondamentalmente non serve a niente (ecco la mano del destino); non salverà la vita del messicano moribondo ma anzi metterà una croce sulla sua. Destino e scelte: Bell si mette sulle tracce di Moss ma arriva alla roulotte poco dopo Chigurh, che non trovando nessuno si prende una pausa rovistando nel frigo e prendendo una sorsata di latte sul divano. Di fronte a lui il televisore spento che riflette la sua immagine indistinta. Lo stesso farà lo sceriffo, che si verserà il latte della stessa bottiglia e siederà nello stesso punto, l’apparecchio TV che offre la sua immagine vaga assediata dal contorno buio dello schermo spento. Bell e Chugurh percorrono la stessa strada, dicono i Coen, ma quando si tratta di ritirarsi, di tornare sui propri passi, nella direzione che porta verso casa, prendono direzioni opposte: una conduce verso il bene, l’altra all’opposto. Quando sei a un bivio, si può scegliere. In quanto al destino, si saprà solo dopo.

Anton Chigurh incarna semplicemente il famelico segugio liberato dal Fato. L’elemento imponderabile della vita che la vita te la toglie. Salvo non gli venga in mente di offrire una chance tirando una monetina: se sei fortunato, come capita al gestore di una stazione di servizio, vuol dire che chi sta sopra Chigurh – il Fato –non ha ancora scritto la parola “fine” sulla tua pratica. È una delle scene madre del film: con il killer che mentre invita l’incredulo vecchio (non è più il suo paese) a scegliere testa o croce sgranocchia noccioline, per poi poggiare sul bancone la confezione accartocciata che lentamente si contorce e produce uno dei suoni subliminali che sostituiscono la colonna sonora praticamente inesistente di Carter Burwell, collaboratore dei Coen di lungo corso. Un tratto distintivo del film, laddove tutti i lavori di questo genere ne fanno ampio uso per introdurre, amplificare, o lasciare uno strascico alle immagini. In tutto si tratta di 16 minuti di musica, la gran parte dei quali si dipana – e si nota – sui titoli di coda. Skip Lievsay, il montatore del suono del film, ha detto che “i thriller di suspense a Hollywood sono tradizionalmente realizzati quasi interamente con la musica. Qui l’idea è stata quella di eliminare la rete di sicurezza che permette al pubblico di sapere cosa succederà. Credo che questo renda il film molto più ricco di suspense. Non si è guidati dalla colonna sonora e quindi si perde quella zona di comfort”.
Neppure Chigurh, però, che ne sembra il violento braccio, è al riparo dai capricciosi rovesci del destino. Benché segua le sue regole – che non sono le stesse di Carson Wells (Woody Harrelson), “intermediario” messo sulle sue tracce da chi ha organizzato la caccia: “Se le regole che hai seguito ti hanno portato a questo punto, a che servivano quelle regole?”, chiede Chirugh prima di ucciderlo – benché segua le sue ferree regole che non lasciano nulla al caso, tanto meno farsi impietosire, lo spietato assassino viene brutalmente riportato alla realtà di un mondo nel quale tenere tutto sotto controllo è impossibile. Allontanandosi dalla casa dove ha ucciso Carla Jean, in pieno giorno un’auto non rispetta il semaforo e lo sperona ad alta velocità. Il killer ne esce malconcio ma ancora vivo, sulle sue gambe. È un avvertimento. Da qualche parte, un giorno qualcuno imporrà a lui di scegliere testa o croce. O tirare i dadi, alzare una carta o chissà altro. Anche per Chighur, insomma, “la contabilità è precisa”. La forma tracciata. “Nessuna linea può essere cancellata”.
Non è un paese per vecchi dei Coen è molto aderente al testo di Corman McCarthy che del resto nasce come una sceneggiatura mai portata a termine e solo anni dopo rielaborata in romanzo. Molti dei dialoghi non sono cambiati di una parola. Si perdono però alcune doti peculiari introdotte dallo scrittore. Le ruminazioni dello sceriffo Bell che aprono ogni capitolo del libro, nel film trovano spazio solo in apertura, con la voce fuori campo di Bell – sostanzialmente sembra essere il pensiero di McCarthy – che offre una idea precisa della sue qualità morali e dello smarrimento di fronte ai tempi da dark age che stanno avviluppando la sua terra. I Coen cancellano ogni riferimento alla partecipazione al secondo conflitto mondiale e alla decorazione guadagnata che pure nel romanzo diventano fondamentali per capire le sfumature del personaggio, soprattutto quando sul finire della narrazione Bell va a trovare lo zio Ellis, ex sceriffo a sua volta, confinato su una sedia a rotelle per effetto di uno scontro a fuoco. Benché sia un uomo giusto che ama la sua terra, Ellis non rimpiange il passato come accade a Bell. Ha preso atto che i tempi sono cambiati e che il paese è duro con la sua gente e Dio – come Bell sperava sarebbe entrato nella sua vita da vecchio – non intende affatto curarsi delle faccende umane.

Un altro elemento sottostimato dal film è il ruolo delle donne. Sono poche e poco appariscenti anche da parte di McCarthy, ma secondo lo scrittore assurgono a simboli importanti: sia la moglie di Bell che lo sceriffo definisce più volte come la migliore cosa della sua vita, sia Carla Jean che Moss non ha alcuna intenzione di tradire come invece sembra suggerire il film con una donna che tra le pagine è tutt’altra cosa – cioè una ragazza ancora adolescente che sta scappando di casa alla quale il fuggiasco offre un passaggio –, costituiscono l’unico approdo sicuro per i due uomini in crisi di identità o in balia degli eventi.
Non è un paese per vecchi è il primo film dei Coen tratto da un romanzo (“Abbiamo scritto adattamenti di altri romanzi prima, sia per altre persone che per noi stessi. Questa è la prima opportunità che abbiamo avuto con qualcosa a cui eravamo molto interessati che si è effettivamente concretizzato”, Joel Coen alla conferenza stampa di presentazione americana del film). E uno di quelli, forse quello, col più basso tasso di ironia. Come anche loro avessero intenzione di prendere dannatamente sul serio le preoccupazioni di McCarthy e le considerazioni di alcuni dei suoi personaggi sullo stato di salute sociale e morale degli USA. Una prima volta da condividere con l’interpretazione da parte di Javier Bardem dell’indimenticabile Anton Chigurh, killer dalla pistola ad aria compressa con annessa bombola – in verità piuttosto vistosa e ingombrante, per qualcuno che non dovrebbe volere farsi notare –: non era mai successo che un attore rientrasse in Spagna con una statuetta dorata dell’Academy, omaggiato come Migliore attore non protagonista. McCarthy non offre una descrizione fisica dei suoi personaggi, ma la ricostruzione che ne fanno i Coen è sbalorditiva: Chigurh è tutto nello sguardo vacuo, nella monocorde parlata priva di emozione, nella fantomatica acconciatura al di là di tempo, mode, buon gusto. Come ha dichiarato l’attore iberico in occasione della premiazione all’80ª edizione degli Oscar: “Grazie ai Coen per essere stati così folli da pensare che avrei potuto farlo e mettermi in testa uno dei tagli di capelli più orribili della storia”.
In occasione di una recente intervista a Deadline, l’attore ha sottolineato il rapporto instauratosi con Josh Brolin, vagamente somigliante al McCarthy di metà anni ’70 e del tutto apprezzabile nel ruolo di Llewellyn Moss. “Ero un po’ depresso per diversi motivi, alcuni personali”, ha confessato Bardem. “(…) Ma sono stato portato nel centro dell’America per interpretare questo ruolo molto dark all’interno di un cast e una troupe americani per la prima volta nella mia vita. Quindi mi sono sentito un po’ solo e completamente distaccato da tutto l’ambiente circostante”. Un sentore che ha saputo portare all’interno del film. “Immagino che qualcosa di tutto ciò sia saltato fuori anche nel personaggio perché era una persona emotivamente distaccata dagli altri. Non gli importa”. Ma fuori dal set, ha proseguito, “Josh Brolin è stato la mia salvezza. (…) Lo considero un grande essere umano e un buon amico”. Se anche i ricchi piangono, le star del cinema entrano in crisi.
Oltre a stabilire un lontano nesso con Fargo (1996), Non è un paese per vecchi sancisce il ritorno all’arida geografia texana che è il fondale di Blood Simple (1983), il lavoro di esordio dei Coen. Per accentuare l’autenticità del racconto gli attori avrebbero dovuto avere origini o almeno un legame col territorio. Tommy Lee Jones è originario di San Saba, circa a metà strada tra i luoghi del film e Dallas; Tess Harper che ne interpreta la moglie è dell’Arkansas confinante col Texas, Josh Brolin ha vissuto a El Paso e l’ “aliena” Kelly Macdonald alias Carla Jean, scozzese, è stata scelta perché al provino si è presentata sfoggiando un perfetto accento texano.
Incassando più di 171 milioni di dollari in tutto il mondo, Non è un paese per vecchi ha rappresentato il più grande successo al botteghino dei fratelli Coen fino al 2010, quando è stato superato da True Grit, un altro western. Nonostante il buon incasso, negli Usa sembra essere piaciuto più alla critica che agli spettatori. Candidato a otto premi Oscar ne ha vinti quattro tra i più importanti: miglior film, regia, sceneggiatura, e come detto migliore attore non protagonista. Il pubblico in sala invece, in gran numero non ha apprezzato la mancanza di un finale appropriato a un noir/western: desideravano lo scontro finale, il duello e l’annientamento del killer (il western), o magari la morte di entrambi a suon di revolverate (il noir). Un critico americano ha scritto che il “finale sembra suggerire che una bobina si sia persa nel montaggio. Non è così, ovviamente, ma a giudicare dalle grida di shock alla proiezione a cui ho assistito, più di qualche persona desidererà profondamente il contrario”.
Andrew Sarris del The New York Observer il 29 ottobre 2007 “osserva”: “Inizierò con il finale, che probabilmente causerà a Non è un paese per vecchi il più grande dolore, e a cui tutti dovrebbero essere preparati quando acquistano il biglietto. In parole povere, non è un film che piace al pubblico: impegnativo, inaspettato e per molti versi piuttosto frustrante… almeno se siete abituati al modo in cui finiscono la maggior parte dei film. (…) I critici tendono ad amare finali come questo perché ci danno molto di cui parlare. Ma gli spettatori di base potrebbero andarsene con un profondo senso di rabbia”. Timore confermato da molti siti che parlano del film i cui lettori non hanno risparmiato commenti livorosi all’indirizzo del finale. Al contrario per tante altre pagine web che stilano le inflazionate e spesso stucchevoli liste dei “migliori”, Non è un paese per vecchi fa parte dei preferiti della filmografia dei fratelli Coen. E senz’altro un buon film – tendente all’ottimo – è.
Per bonus non corrisposti e detrazione di spese improprie, nel settembre 2008 Tommy Lee Jones ha fatto causa alla Paramount. Due anni dopo, la sentenza: a seguito di un contratto redatto in modo errato dagli avvocati degli studios, la major ha versato all’attore 17,5 milioni di dollari. Gli avvocati in errore a loro volta si sono accordati con la Paramount per un risarcimento pari a 2,6 milioni di dollari. Mazzetta più mazzetta meno il denaro contenuto nella borsa trovata da Llewellyn Moss. Nel settembre 2008 Tommy Lee Jones – è nato il 15 – compiva 62 anni. Forse il Texas non è un paese per vecchi, ma che tempra quelli che restano.
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